Clamore mediatico e analogie storiche: dal fascismo storico a Vannacci
In occasione delle Elezioni Politiche del 1919, le prime celebrate in Italia dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, i “Fasci di Combattimento” – fondati poco prima da Mussolini a piazzale San Sepolcro – non ottennero alcun seggio.
L’“Avanti!” scrisse in tale circostanza che il cadavere del futuro “Duce”, suicida per la delusione, era stato ripescato nel Naviglio.

Nel 1921, il Partito Fascista entrò viceversa alla Camera dei Deputati, ma ottenendo un risultato modesto, circa il tredici per cento dei voti.
Fu però con questo seguito parlamentare che Mussolini divenne, già l’anno seguente, Presidente del Consiglio, assumendo subito di fatto i pieni poteri, che si sarebbe attribuito de jure soltanto con le leggi dette “fascistissime” del 1925.

Che cosa era successo tra il 1919 e il 1922 per conferire al “Duce” una forza manifestamente sproporzionata rispetto al suo consenso elettorale?

Gli studi storici più approfonditi affermano che i “Fasci di Combattimento” erano rimasti di sinistra precisamente fino al 1921, quando gli agrari decisero di impiegarli come strumento offensivo contro le leghe bracciantili, e si ripeté di conseguenza quel finanziamento di Mussolini che gli era già stato elargito quando si era trattato di promuovere la campagna per l’intervento.
In ambedue i casi risultarono decisive le sue doti tribunizie.

Nel corso del 1921 e dell’anno seguente, culminato il fatidico ventotto ottobre con la “Marcia su Roma”, in Italia si era dunque scatenata una sorta di guerra civile strisciante tra i fascisti da una parte e le sinistre dall’altra, di fronte alla quale i liberali – che ancora detenevano la maggiore rappresentanza parlamentare – erano stati spettatori inermi e impotenti.
Il Re prese atto di questo risultato del conflitto, che si era svolto nelle piazze di tutta Italia, nominando Mussolini alla guida del Governo.

Questi precedenti storici tornano alla mente non già apprendendo come il generale Vannacci abbia fondato un partito, bensì osservando il clamore mediatico che accompagna ed amplifica questa notizia.
L’elenco di personalità – in alcuni casi serie e prestigiose, come Dini, Monti e Cossiga, in altri casi appartenenti alla categoria dei cosiddetti “originali” (chi si ricorda di un certo Cateno De Luca?) – che hanno tentato l’avventura della costituzione di un partito è talmente lungo da non poter essere redatto con il solo ausilio della memoria: bisognerebbe sfogliare le collezioni dei giornali a partire dalla crisi della Prima Repubblica.

Ciascuno di questi conati era stato contraddistinto dal riempimento di un teatro o di un cinema, ovvero – nel caso di Renzi (l’unico a mantenere per un certo tempo una sia pur modesta rappresentanza in Parlamento) – addirittura di una stazione.

Perché Vannacci gode di un inusitato trattamento di favore da parte dei “mass media”?
Probabilmente in quanto l’alto ufficiale ha proceduto in modo inverso rispetto a Mussolini, il quale prima riunì alcune centinaia di balordi, per lo più reduci di guerra trovatisi senza arte né parte al momento della smobilitazione, e poi si mise in cerca tanto di finanziamenti quanto di più numerosi e qualificati seguaci.

Il generale ha invece già riunito folle di entusiasti “supporters”, girando l’Italia con il pretesto di presentare un libro nel quale – echeggiando la Fallaci – denuncia l’immigrazione quale risultato di un piano mirante alla cosiddetta “sostituzione etnica”.
Questa tesi, elaborata dopo la Grande Guerra dal ministro degli Esteri dell’Austria Coudenhove-Kalergi, attende ancora di essere dimostrata, ma proprio per questo affascina molte persone bisognose di credere.

Il generale le riunisce intorno a sé come i veggenti – o sedicenti tali – che dicono di vedere la Madonna e diffondono di conseguenza un messaggio certificato da un’autorità soprannaturale.

Il libro di Vannacci presenta tuttavia una caratteristica che permette al suo autore di collocarsi abilmente nell’attuale “mainstream”, avendo colto lo Zeitgeist.
Si tratta di una esaltazione dell’identità italiana.
A ben vedere, già la Meloni deve a questa scelta le proprie fortune elettorali.

La differenza tra i due personaggi consiste nel fatto che la signora della Garbatella è stata già chiamata a realizzare, nell’azione di governo, quanto conseguiva dalla sua originaria postulazione di principio, con il risultato che ha già deluso.
I profeti che collocano la realizzazione di quanto promettono in un futuro mitico e indefinito, se non addirittura nella trascendenza, continuano viceversa ad essere ascoltati più a lungo.

In comune tra i due personaggi c’è il favore di soggetti stranieri, che li hanno riforniti di abbondanti mezzi economici.
Anche costoro, però, sono stati delusi dalla Meloni, come prova il colloquio – la Presidente del Consiglio si sarebbe anche accontentata di dieci minuti, a beneficio dei giornalisti – che Trump non le ha voluto accordare a Davos.

Per giunta, Steve Bannon ha reso esplicita – facendosi intervistare dal “Corriere della Sera” – la frustrazione del governo degli Stati Uniti, che contava sulla Meloni per rompere il fronte europeo quando il tycoon ha imposto nuovi dazi al Vecchio Continente.
La Meloni non ha deciso in base a una fede europeista, che non risulta abbia mai concepito, bensì perché aveva bisogno dei soldi di Bruxelles, destinati a tappare il buco della spesa corrente.

Questa fascista a denominazione di origine controllata si è rivelata, alla prova dei fatti, una democristiana, per cui i finanziamenti americani si spostano sul nuovo astro nascente della nostra politica.

Una volta risolto il problema tanto della raccolta dei seguaci quanto dei mezzi economici, rimane da definire la strategia con cui Vannacci può compiere la propria ascesa al potere.
Anche qui ci soccorre la similitudine con Mussolini, il quale, tra il 1920 e il 1921, si trovò a fronteggiare una piazza dominata dai “sovversivi”, cui il potere non poteva rispondere soltanto con mezzi legali e con l’ausilio della polizia, bensì solo scatenando una violenza reazionaria gestita da una forza paramilitare.

Non è casuale che Vannacci lanci il suo partito pochi giorni dopo i fatti di Torino, tali da dimostrare che questa forza esiste già, ma viene gestita dalla parte avversa, e che per arginarla non bastano né gli strumenti legislativi approntati dalla Meloni né i reparti antisommossa.

Vannacci può mettere in campo una propria forza d’urto ed è in grado – dal momento che indossa anch’egli l’uniforme – di approfittare del senso di frustrazione percepibile tra gli appartenenti alle forze dell’ordine, i quali sentono di essere bersaglio non soltanto dei facinorosi, ma anche della sinistra “ufficiale” e legalitaria, tale già in quanto rispetta in linea di principio la legge, ma soltanto perché delega ad altri – cioè agli islamisti – la violenza di piazza.

Quanto all’atteggiamento degli appartenenti alla polizia e all’Arma dei Carabinieri verso la destra, si può percepire un senso di delusione.
In una situazione oggettiva di conflitto civile, non basta infatti dichiararsi solidali con chi, vestendo l’uniforme, è stato oggetto delle violenze delinquenziali cui abbiamo assistito a Torino.
Si reclama piuttosto la possibilità di reagire senza più attenersi alle regole di ingaggio vigenti fino ad ora, che non valgono più quando ci si trova, per l’appunto, in guerra.

Vannacci dovrebbe aspettare ancora più di un anno per partecipare a un’elezione.
Nel frattempo non può usufruire nemmeno di un “diritto di tribuna” nel Parlamento italiano, essendo stato eletto a Strasburgo e non potendo verosimilmente contare su alcun altro transfuga dalla Lega.

Il generale può viceversa mettersi alla testa di uno schieramento, possibilmente dotato di un proprio inquadramento militare, che affronti quello già messo in campo dalla sinistra cosiddetta “antagonista” e islamizzata, contendendogli il controllo delle piazze.
Il prossimo appuntamento è per sabato a Milano, dove si intende guastare la “festa” delle Olimpiadi.

I protagonisti della vecchia politica possono, da parte loro, soltanto rinchiudersi nei palazzi ed assistere allo scontro, in attesa di consegnare il potere formale a chi vinca la contesa, come avvenne per Mussolini il ventotto ottobre.

Attendiamo nelle prossime ore lo “show” inaugurale del nuovo partito, al cui confronto la “Leopolda” farà la figura di una festa scolastica delle elementari.

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Mario Castellano  04/02/2026
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