Lettera aperta sulla decadenza politica e morale della sinistra locale
SECONDA LETTERA APERTA ALL’AVVOCATO ROBERTO RUM

Caro Roberto,
mi dispiace molto che non sia stato possibile aprire un dibattito con te sui temi sollevati nella mia lettera precedente.
Ritengo infatti che essi meritino un approfondimento.
Tanto meglio se ne emerge un dissenso.
Il dissenso – e la dialettica – sono infatti il Sale della Terra.

I tuoi Compagni sono però dei marxisti che ignorano completamente la dialettica.
“Filo” Ronchey parlava di “Marxisti Immaginari”.
Questi Signori sono piuttosto dei marxisti sedicenti tali.

Comprendo benissimo, peraltro, come tu sia assorbito dal lavoro.
A tale riguardo, ricordo con profonda gratitudine la causa penale che vincesti brillantemente assistendo un noto esponente dell’estrema Destra, che io ti avevo messo nei piedi, e che un “Principe del Foro” appartenente alla sua stessa parte politica aveva rifiutato di patrocinare a pagamento, mentre tu gli accordasti il gratuito patrocinio.

Questo soggetto però – lungi dal dimostrare un minimo di gratitudine per non essere finito nelle Patrie Galere – sparla di me (questo è il meno), ma soprattutto di te.
Da ciò si trae la conclusione che semel judaeus, semper judaeus.
Avendo militato nei ranghi della Sinistra – quando ancora esisteva – ci portiamo addosso un marchio di infamia indelebile, che non verrebbe cancellato neanche se ci iscrivessimo al partito del generale Vannacci.

Ciò premesso, vorrei prendere le mosse per l’appunto da una notizia desunta dalla cronaca giudiziaria.
La Giustizia è quasi sempre tardiva, ma succede anche che arrivi.
Lo dimostra la condanna inflitta dal Tribunale di Pordenone a un mascalzone di San Vito al Tagliamento, il quale – trattandosi evidentemente di un cliente di riguardo di qualche ditta organizzatrice di cacce nell’ex Jugoslavia, che offriva “inclusive tours” comprensivi di viaggio, battuta di caccia in una riserva destinata alla “nomenklatura” ed udienza privata del “Maresciallo” Tito – aveva approfittato di un’altra “offerta speciale”.

Si trattava di periodiche gite nel fine settimana alla volta dei dintorni di Sarajevo, da dove si poteva praticare il tiro a segno, avendo come obiettivi non già la “grossa selvaggina”, bensì gli sventurati abitanti di tale città, bersagliati tanto dai tiratori scelti serbi quanto dai loro “Compagni” italiani.
I quali potevano provare emozioni inedite, acquisendo per giunta la qualifica di “combattenti (!?) internazionalisti”.
In futuro, non sarebbe mancato nemmeno qualche “Istituto Storico” disposto a ribadire con la propria autorità scientifica tale asserito “merito”.

A suo tempo, denunziai come un’offerta analoga a quella che ha portato alla condanna del “cacciatore” di San Vito al Tagliamento provenisse anche da un’altra ditta specializzata, più prossima a noi non tanto per la collocazione della sua sede, bensì per la provenienza dei soci.
In questo caso, però, la Giustizia deve ancora seguire il suo corso.

Simili squallide vicende dimostrano fino a quale punto fosse decaduta la “Sinistra” – in questo caso occorre già mettere la parola tra virgolette – nella fase di estrema decadenza del cosiddetto “Socialismo Reale”.
Il cosiddetto “internazionalismo” – che in altri casi era pretesto per il turismo sessuale – fungeva da foglia di fico per chi commetteva degli omicidi, non già mosso dall’odio ideologico né da quello etnico, bensì per puro “divertimento”, dopo che già il pretesto ideologico era stato usato per giustificare l’esportazione di capitali.

Quanto al Partito Nazionale, anziché intervenire per mettere fine allo scandalo, mandò addirittura un funzionario emiliano (questa specie umana era attratta dalla putrefazione come gli avvoltoi) a dare man forte al nostro “Partito della Selvaggina”.
Non ci si deve dunque meravigliare se si è arrivati al punto in cui siamo.

Ho tralasciato di commentare, nei giorni scorsi, l’esito delle elezioni provinciali.
L’accoppiata tra il nostro Sindaco ed il collega di Sanremo, l’uno confermato alla Presidenza, l’altro assurto a suo Vice, supera i fasti del vecchio “Partito Trasversale”, nel senso che gli accordi tra la sua componente ex democristiana e quella ex comunista sono ormai dichiarati ufficialmente.
E, per giunta, non producono più l’alleanza tra le due componenti, bensì addirittura la loro fusione, essendo il Partito Democratico ormai praticamente confluito nel seguito del “Bassotto”.

L’adesione, ancora a titolo individuale, di alcuni ex comunisti a tale variopinta compagine – che si estende dall’estrema Destra all’estrema Sinistra, includendo tutte le sfumature intermedie – era come lo scricchiolio che precede ed annuncia lo schianto.

Prima di valutare se ancora esiste qualche rimedio – del che, come sai, dubito profondamente – vale la pena valutare i tratti comuni a quanti si sono posti all’“avanguardia”.
I transfughi approdati alla corte del “Bassotto” erano, in origine, tutti staliniani.
Più volte ho avuto modo di commentare come la loro apostasia affondi profonde radici in una psiche deviata.
L’ammirazione per l’Uomo Forte – ed anzi la piena identificazione nella sua figura – ha portato costoro a sostituire il dittatore georgiano con il più modesto frascatano, anch’essi affetti peraltro da una megalomania risalente ai rispettivi difetti fisici.
Stalin aveva un piede deformato, mentre il nostro Sindaco-Presidente ha il complesso della statura.
Anche il sedicente “Aratro dei Popoli” era comunque brevilineo.

Fin qui gli aspetti “freudiani” della vicenda.
Per quanto riguarda i risvolti politici, immagino non ti sia sfuggito il fatto che gli ex comunisti divenuti “bassotti” abbiano scelto tutti quanti di fare i politicanti di professione.
Se costoro hanno trovato il modo di sbarcare il lunario, la società da essi governata in modo ossessivo e quasi orwelliano – come dimostra l’abitudine dell’Assessore competente di misurare personalmente i “dehors” degli esercizi pubblici con tanto di “rotella centimetrata”, un tempo strumento di lavoro dei periti in infortunistica stradale – è ormai completamente burocratizzata.

Per cui assomiglia, più che alla Russia di Stalin, all’Unione Sovietica della “regressione brezneviana”, in cui non c’era più il terrore di massa, ma sopravviveva – delle origini “rivoluzionarie” – soltanto l’avversione verso tutto quanto potesse lontanamente evocare la libertà di intrapresa, oltre che quella di espressione.
Per cui la gente doveva arrangiarsi con il mercato nero ed altri espedienti illegali o semi-illegali, necessari per tirare a campare.
Il Capo, da parte sua, si accontentava di fingere che andasse tutto bene, come gli raccontavano i cortigiani del Cremlino, e come oggi racconta l’Ufficio Stampa del Comune di Imperia.

Il quale annuncia quotidianamente una nuova “Opera del Regime”, prontamente ripresa da La Stampa e da Il Secolo XIX, che sono a loro volta come la Pravda e le Izvestija, l’uno fotocopia dell’altro.
Perché le due testate moscovite non si fusero mai?
E perché non si fondono le nostre?

Gli ex comunisti passati al servizio del “Bassotto” incarnano, in conclusione, la tendenza burocratica propria dei gerarchi “dal culo di pietra” dominanti nella estrema decadenza del “Socialismo Reale”, di cui essi vedono l’incarnazione più coerente non già nel goliardico “movimentismo” della Schlein, bensì nel sordido grigiore dell’Amministrazione comunale (e provinciale) di Imperia.

L’altra caratteristica che accomuna tali personaggi è la confusione – che il Partito Comunista, pur con tutti i suoi limiti, seppe evitare in altre parti d’Italia, ma che rimase come un cancro nell’organismo di quello imperiese – tra la sacrosanta aspirazione alla giustizia sociale e l’invidia, anch’essa sociale.

Se il primo di questi atteggiamenti ha prodotto Andrea Costa, Camillo Prampolini, Filippo Turati e soprattutto Antonio Gramsci, se ha generato le Cooperative e le Leghe bracciantili, se ha reso civili le regioni tradizionalmente “rosse” (non a caso le stesse in cui avevano prosperato i Liberi Comuni), l’altra “forma mentis” ha viceversa originato i Risso, gli Oneglio, i Petrucci e, da ultimo, i Senardi, chiamato a provvedere all’intrattenimento di tutta la compagnia.

Se qualcuno, nell’immediato dopoguerra, si proponeva di dare l’assalto alle ville di Capo Berta – il che comunque avrebbe avuto un significato ben diverso da quello al Palazzo d’Inverno – ora i suoi figli o nipoti anagrafici si sono fatti a loro volta la villa.
A differenza però della vecchia borghesia, che quanto meno produceva qualcosa, costoro svolgono un ruolo parassitario, svolto in contubernio con quelli che un tempo erano considerati “Nemici di Classe”, nonché antagonisti in uno scontro ideologico ormai sfociato nella confluenza degli uni e degli altri in un ceto parassitario ed indifferenziato, che corrisponde con quanti vanno ancora a votare.

Chi è escluso dalla mangiatoia reagisce precisamente disertando le urne.
Almeno per ora.

Quanto succede nelle piazze, al di là dei pretesti più o meno condivisibili, rivela che c’è una generazione di disperati tendente ad insorgere.
Il Partito Nazionale li insegue, e quello locale – ormai assimilato ai “Bassotti” – li esorcizza.
In mezzo a queste due scelte dovrebbe collocarsi la capacità di fare politica, il che significa evitare di criminalizzarsi, ma anche evitare di prostituirsi.

So che tu stai cercando con tutte le tue energie intellettuali e con tutta la tua buona volontà questa terza strada.
Ti auguro di trovarla e, per quel poco che posso, sono qui per aiutarti.
Bisogna però per prima cosa distinguersi dai venduti, non per uno sterile ed astratto moralismo, bensì perché in compagnia di costoro non si fa nessuna strada.

Se c’è una lezione che si può trarre dalle vicende del Partito ex comunista di Imperia è precisamente questa.

Un caro augurio ed un caro saluto.

Tuo affezionatissimo
Mario Castellano

Send Comments mail@yourwebsite.com Saturday, April 25, 2020

Mario Castellano  05/02/2026
Copyright ilblogdimario.com
All Rights Reserved