Decreto Sicurezza, separazione dei poteri e crisi dello Stato di diritto
Meritano un approfondimento le due principali misure inserite dal Governo nel nuovo cosiddetto “Decreto Sicurezza”, puntualmente e diligentemente firmato da Mattarella.
Il Presidente della Repubblica, ormai ridotto a “Travet della promulgazione”.
Con il Capo dello Stato si dice essere intercorsa una “interlocuzione”, verosimilmente riferita a qualche dettaglio.
Nella sostanza, il Presidente della Repubblica, quale supremo “Organo di Garanzia”, avrebbe dovuto tutelare il principio della ripartizione delle competenze tra i diversi poteri dello Stato.
Tale principio è stato manifestamente violato, a beneficio del potere amministrativo e a scapito del potere giudiziario,
che viene qualificato dalla Costituzione come l’unico munito della facoltà di restringere la libertà personale dei cittadini.
Ora ciascuno di loro potrà essere fermato dall’Autorità di Polizia Giudiziaria anche in assenza della consumazione di un reato, qualora sia ritenuto – a sua piena discrezione – in procinto di commetterlo.
Per quanto riguarda invece la legittima difesa, premesso che, a nostro avviso – naturalmente si vera sunt exposita – ne ricorrevano le condizioni nel caso dell’agente di polizia che ha ucciso a Milano un marocchino che puntava contro di lui una pistola, riteniamo spetti sempre e comunque all’Autorità giudiziaria compiere questa valutazione.
In quanto chi agisce in stato di legittima difesa commette in ogni caso un reato, che però non viene considerato in tal caso punibile.
D’ora in poi, tale valutazione verrà compiuta dalla Polizia Giudiziaria, cui è data facoltà di omettere la trasmissione di un rapporto penale diretto alla magistratura inquirente qualora risultino “evidenti” le condizioni necessarie affinché ricorra la legittima difesa.
Che cosa ciò significhi dovrebbe definirlo la giurisprudenza,
che però non si formerà né, comunque, risulterà di alcun ausilio nella valutazione delle singole fattispecie, precisamente in quanto la loro valutazione verrà sottratta alla competenza del giudice.
Si dice che questa misura sia stata introdotta per tutelare la Polizia nell’esercizio delle sue funzioni, in particolare quelle di tutela dell’ordine pubblico.
Quanto però mette purtroppo in evidente pericolo l’incolumità degli agenti e dei Carabinieri non è l’assenza di una tutela legale, la cui necessità nessuno mette in discussione,
tanto più dopo quanto abbiamo veduto a Torino.
La vita dei tutori dell’ordine pubblico si trova infatti in pericolo,
non però a causa di un vuoto nella legislazione, bensì in quanto una ben precisa parte politica ha deciso di scatenare una guerra civile.
E chi compie una simile scelta non si ferma né davanti alla possibilità di uccidere né davanti alla possibilità di essere ucciso,
né, tanto meno, davanti all’eventualità di subire una condanna penale.
Perché le “gride” di cui ci parla Manzoni nei Promessi sposi erano completamente inefficaci per la repressione dei cosiddetti “bravi”?
Perché costoro facevano parte di eserciti privati, a servizio di signorotti che agivano a loro volta quali altrettanti capi del proprio rispettivo “Stato nello Stato”,
che l’autorità non poteva e non voleva reprimere.
Oggi i cosiddetti “malanza”, posti a servizio di un settore islamista, costituiscono già, per l’appunto, uno “Stato nello Stato”.
Se la Meloni intende reprimerlo, non deve dunque limitarsi ad agire contro chi compie violenze di piazza,
né tanto meno permettere che il generale Vannacci risponda a questa situazione costituendo a sua volta un altro esercito privato.
Occorre sciogliere le “bande armate”, applicando la normativa già esistente, aggiornata nel tempo in cui dovemmo affrontare un altro tipo di terrorismo,
che colpiva selettivamente i propri obiettivi, mentre quello attuale mira al controllo territoriale.
Da questo punto di vista non esiste alcuna differenza tra chi occupa il quartiere di Vanchiglia a Torino – e si accinge a ripetere domani tale operazione in alcune zone di Milano – e chi fa lo stesso (per giunta in modo permanente) con interi settori di altre città,
tra cui La Spezia, dove un islamista armato di coltello ha tentato di ampliare il territorio controllato dai suoi “correligionari” commettendo un omicidio a scuola,
ed anche Imperia, dove la mafia dei magrebini spadroneggia sul mercato ambulante.
Se il sindaco è tanto amico dei “leader” della comunità islamica, non deve certamente attribuire ad essi la responsabilità – tanto meno dal punto di vista penale – di tale situazione, ma deve esortarli a richiamare tutti i musulmani al rispetto della legge.
Esiste poi il pericolo, anzi forse l’imminenza, di un conflitto internazionale,
che inizierà se dovessero fallire i negoziati, in corso mentre scriviamo in Oman, tra americani e iraniani.
Israele ha in questo momento la responsabilità di decidere per tutto l’Occidente,
l’America dovendo seguirlo in un’eventuale guerra, e l’Europa essendo a sua volta costretta a subirne le conseguenze sul piano economico.
Non esiste altra scelta, come ben sa chi ha vissuto – come noi – in partibus infidelium.
Con tale termine non ci riferiamo tanto alla religione quanto piuttosto alla condivisione dei principi cui si ispira la nostra convivenza civile, risultato della civiltà giudaico-cristiana.
In tutto il mondo vi sono persone che, collettivamente o individualmente, si riconoscono in questi principi, ma devono confrontarsi con governi, e talvolta con la stessa maggioranza dei loro concittadini, di orientamento opposto.
Non spetta naturalmente a noi decidere come gli altri popoli debbano governarsi, ma le speranze di molti – in tutti i continenti – sono riposte nella nostra coerenza con gli ideali che proclamiamo e nella nostra capacità di difenderli.
Questo significa l’appello disperato che arriva dall’Iran, ma non solo.
Israele rappresenta un “unicum” al di fuori dell’ambito geografico dell’Occidente, e la sua esistenza – risultato dell’esercizio del diritto all’autodeterminazione e, come tale, meritevole di tutela da parte della comunità internazionale – si spiega anche con la necessità di offrire un luogo di sicuro rifugio per tutti gli israeliti in pericolo a causa della loro stessa identità.
L’Olocausto ha dimostrato tragicamente tale necessità.
Dalla sopravvivenza di Israele dipende inoltre la sopravvivenza dell’Occidente.
Siamo dunque tenuti ad affrontare solidalmente le prove che la sua difesa comporta.
L’Italia, però, affronta questa situazione mentre è già in pericolo la propria civiltà,
insidiata, non a caso, dall’Islam cosiddetto “radicale”.
Riuscirà il Governo a padroneggiare questa situazione?
L’attenzione rivolta a eventi mondani quali le Olimpiadi e il Festival di Sanremo, in stridente contrasto con una situazione sociale disastrosa – che alimenta la violenza di piazza – dimostra l’abisso che ormai separa il Paese “reale” dal Paese “legale”.
Qualche centinaio di atleti, destinati tutti a vivere di rendita – a prescindere dalla conquista di una “medaglia” – a spese di quel grande stipendificio che è il Comitato Olimpico Nazionale, non può nascondere la realtà di centinaia di migliaia di giovani disperati e senza futuro.
Mattarella, oltre a pranzare al Villaggio Olimpico, farebbe bene a recarsi in luoghi come Rogoredo ed altri simili, periferie ormai sottratte – non solo a Milano – all’autorità dello Stato,
cioè alla sua stessa autorità.
Questo, oltre tutto, significherebbe per gli agenti e i Carabinieri un segno di solidarietà e di vicinanza ben più efficace delle rituali giaculatorie sulla violenza.
Se invece le “massime cariche” dello Stato rimangono dentro quel perimetro protetto che si chiama “Zona Rossa”, le istituzioni dimostrano di non avere il prestigio necessario per chiedere ai cittadini i sacrifici e la disciplina indispensabili per affrontare tanto la sovversione interna quanto il nemico esterno.
E l’Italia, non essendo in grado di affrontare questa prova, rischia di cadere nel caos.