Patto costituzionale, dissenso e Stato di diritto: un’analisi critica
In Italia esistono attualmente due soggetti contrapposti, decisi ad affrontarsi in un conflitto civile, poiché né l’uno né l’altro ritengono ormai possibile la convivenza nell’ambito di un sistema di norme condivise, cioè nel cosiddetto “Patto costituzionale”, che unisce maggioranza e opposizione in ogni Stato di diritto.

È proprio la vigenza di questo accordo che rende possibile l’alternanza nell’esercizio del governo.
Chi perde le elezioni lo considera infatti legittimo e, di conseguenza, esercita l’opposizione nell’ambito della legalità.
Chi, viceversa, assume il governo non considera i propri oppositori come sovversivi nemici dello Stato, da perseguire per ciò stesso.

Ciriaco De Mita, all’epoca in cui guidava la sinistra democristiana, propose ai comunisti la stipula di un “Patto costituzionale”, che avrebbe costituito il presupposto del loro futuro ingresso, dapprima nella maggioranza e poi nel governo.
Protraendosi la cosiddetta “guerra fredda”, tale esito era ancora prematuro, ma maggioranza e opposizione potevano già collaborare nella difesa delle istituzioni, che De Mita riteneva, a ragione, insidiate da una destra eversiva e autoritaria.

Quest’ultima, essendo esclusa dal “patto” proposto dal politico irpino, non avrebbe dovuto aspirare ad alcuna cooptazione né nella maggioranza né, tantomeno, nel governo.

Il Partito Comunista, pur permanendo gli ostacoli a una sua piena collaborazione con la Democrazia Cristiana, vedeva così riconosciuto il proprio contributo all’edificazione e alla difesa della Repubblica, avendo partecipato alla redazione e all’approvazione della Costituzione.
Berlinguer accettò dunque sostanzialmente l’offerta di De Mita, traendone però la conclusione che il suo partito non dovesse rappresentare e promuovere un’alternativa – come avveniva invece all’epoca in tutta l’Europa occidentale – ma soltanto attendere di essere cooptato nel sistema di governo guidato dalla Democrazia Cristiana.

Questo precedente viene in mente constatando come la Meloni neghi, viceversa, la legittimità non solo degli oppositori che hanno scelto di praticare la violenza, ma anche di chiunque – pur mantenendosi rigorosamente nei limiti della legalità – osi dissentire non già dalla linea politica del governo, bensì addirittura da una sua singola scelta: quella riguardante l’uso che si sta facendo delle Olimpiadi, acquisite all’Italia da precedenti esecutivi.

Il loro svolgimento ha infatti assunto le caratteristiche di una celebrazione del regime, che assurge ora al livello di una discriminante ideologica, esattamente come accadde con Hitler in occasione dei Giochi di Berlino.
La Presidente del Consiglio è arrivata ad affermare che chi si oppone alle Olimpiadi, a prescindere dal modo in cui si esprime, agisce contro l’Italia.

È tipico dei regimi dittatoriali, e in particolare di quelli dotati di un’ideologia ufficiale, considerare gli oppositori come nemici tanto dello Stato quanto della Nazione.

L’appartenenza di una persona allo Stato, cioè in termini giuridici la sua cittadinanza, comporta naturalmente degli obblighi, che però non includono l’adesione all’orientamento politico del governo.
Chi sta all’opposizione non può dunque essere ritenuto, per ciò stesso, un cittadino sleale.

Non risulta peraltro nemmeno obbligatoria l’appartenenza alla Nazione, in quanto essa costituisce un’aggregazione di carattere culturale. Gli appartenenti alle minoranze etniche, così come gli immigrati naturalizzati, non sono quindi tenuti a ritenere di farne parte.
Come ha giustamente affermato il tennista sudtirolese Sinner, che si considera italiano per cittadinanza, ma non per nazionalità.

La lealtà dei cittadini si valuta dunque soltanto in base al rispetto delle norme stabilite dallo Stato.
A maggior ragione non può essere richiesta l’adesione a una specifica ideologia, né tantomeno – qui la Meloni raggiunge un vertice cui non era arrivato neppure Mussolini – l’approvazione di una decisione assunta dal governo.
Decisione che, nella fattispecie, non riguarda l’ospitare i Giochi olimpici, bensì il considerarli come un’esternazione del proprio orientamento politico.

Stando così le cose, sollecitiamo la magistratura inquirente a valutare se quanto da noi espresso configuri un reato, e quale esso sia.

Noi non partecipiamo a cortei di protesta, di cui non condividiamo la manifesta finalità di turbare l’ordine pubblico; non sabotiamo le ferrovie e, “last but not least”, non riteniamo che la critica al modo in cui le Olimpiadi vengono gestite implichi la rivendicazione della scarcerazione di Hanoun, né la negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele.

Denunciamo però lo spreco di denaro pubblico compiuto da chi è incaricato dell’organizzazione dei Giochi.
In Trentino si è pagata una funivia di cui non sono neppure stati effettuati gli scavi dei piloni.
La pista per il bob è costata molto più di quanto preventivato.

In una precedente occasione si era rinunciato a svolgere le gare di questa specialità proprio perché la pista costava troppo e non poteva essere riutilizzata per il cosiddetto “sport di base”, di cui i dirigenti del Comitato Olimpico si riempiono la bocca, ma che non si promuove certo costituendo un falansterio di fannulloni alloggiati, guarda caso, nel “Foro Mussolini”.

Essi sono sottratti all’osservanza delle norme previste per gli altri enti pubblici, tra cui quella che impone l’assunzione del personale mediante concorso pubblico e quella che obbliga alla presentazione e approvazione, nei termini di legge, del bilancio preventivo e consuntivo.

Il presidente Petrucci arrivò persino a modificare, mediante atto amministrativo, la legge istitutiva, abolendo i comitati provinciali: come se una giunta comunale pretendesse di sopprimere il consiglio comunale senza che l’organo di tutela avesse nulla da eccepire.

Se denunciare tutto questo significa essere nemici della Nazione, e perfino della Patria, ci vantiamo di esserlo.

La presa di posizione della Meloni, che considera sacrilega ogni critica al suo operato mentre la libertà di espressione è essenziale alla sopravvivenza dello Stato di diritto, finisce inevitabilmente per alimentare un’opposizione che si esprime ormai in forme illegali e violente, le quali diventano “lecite” quando lo Stato di diritto abbia cessato di esistere, rendendo inefficace l’esercizio legale dell’opposizione.

Il sabotaggio delle ferrovie, più ancora delle manifestazioni violente, rivela la nascita di un nuovo “partito armato”.
Piantedosi ha dichiarato che questi fatti non devono più ripetersi. Ma a che cosa si riferisce il Ministro?

Se allude agli episodi di violenza, ha ragione, ma dovrebbe aggiungere che essi vanno combattuti tanto quanto i tentativi di mettere a tacere l’opposizione legalmente espressa. Temiamo invece che il governo intenda fare di ogni erba un fascio e sfruttare gli episodi di violenza per impedire la manifestazione del dissenso.

Questo dovrebbe denunciare l’opposizione, anziché limitarsi a criticare qualche aspetto delle cerimonie ufficiali o del prossimo Festival di Sanremo, dal quale ci aspettiamo la stessa consacrazione già riservata alle Olimpiadi.

Mattarella, da parte sua, funge in entrambi i casi da figurante.

I cittadini vengono così posti di fronte a un’alternativa: subire passivamente l’ingiustizia della negazione del diritto di critica, oppure unirsi al nuovo partito armato.

La guerra civile non comincia quando qualcuno ricorre alle armi. Se così fosse, le Brigate Rosse sarebbero riuscite a provocarla.
Noi fummo tra coloro che le combatterono, rischiando la vita.

Il colonnello Zarbano, arruolato nel partito del generale Vannacci (brutto segno quando i militari si costituiscono in fazione politica), rifiuta però di riconoscere il nostro apporto e ci assimila ai violenti solo perché non condividiamo le sue opinioni politiche.

La guerra civile comincia, precisamente, quando non si riconosce più l’esercizio dei diritti propri di ogni democrazia rappresentativa.
La Meloni imbocca questa strada nel momento in cui equipara chi critica il governo – oggi sulle Olimpiadi, domani su qualunque altro tema – a chi tenta di uccidere un agente di polizia o sabota le ferrovie, dimenticando che furono i suoi camerati a uccidere il povero agente Marino e a piazzare bombe sui treni.

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Mario Castellano  09/02/2026
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