Europa, crisi internazionale e memoria giuliano-dalmata: analisi politica
Gli amici di Bruxelles, con cui abbiamo conferito, sono preoccupati dalla concomitanza tra il conflitto imminente contro l’Iran e la manifesta inadeguatezza della “Classe Dirigente” dell’Europa, manifestamente priva della capacità e del prestigio necessari per condurre i popoli del nostro Continente nel momento in cui si dovranno imporre tutte le discipline collettive necessarie in un’economia di guerra.

La riunione che si svolge per l’appunto nelle Fiandre ha lo scopo di rendere esplicita, dandole una consacrazione sul piano giuridico, la situazione già esistente, in cui ciascun Paese rimette all’Unione le scelte alle quali non è sostanzialmente interessato e avoca viceversa a sé stesso quelle che possono ledere la propria sovranità.

La Meloni ha dunque buon gioco quando presenta come un’affermazione della sovranità italiana la restaurazione del cosiddetto “Asse” con Berlino, che viene restaurato – approfittando della scomparsa di quanti si ricordano del suo precedente – perfino nella denominazione.

Il nuovo “Asse” viene perfino esteso – come avvenne per quello originale – al Giappone, dove trionfa l’affermazione dell’identità nazionale, con il corollario del riarmo, temuto da tutti gli altri popoli dell’Asia.

In realtà, Tedeschi e Italiani, nel dare l’ultima spallata a un’Unità Europea ormai traballante, hanno agito in nome e per conto di Trump, in quanto i Paesi usciti perdenti e occupati dalla Seconda Guerra Mondiale si prestano meglio e più volentieri a fare da cavallo di Troia degli Stati Uniti, che sono paradossalmente l’unico soggetto in grado di unificare dal punto di vista politico l’Europa, purché naturalmente sia loro sottomessa.

La nostra piccola realtà locale offre una conferma dell’inadeguatezza della “Classe Dirigente”, sia essa continentale, nazionale o, per l’appunto, provinciale.

Il Genovese che – essendo dotato del dono della chiaroveggenza – aveva previsto l’esito del concorso per scegliere il Direttore della “Riviera Trasporti” non poteva essere smentito, pena il crollo degli equilibri su cui si basa il potere locale. Né il rinvio delle procedure poteva protrarsi ulteriormente, altrimenti sarebbe successo quanto Dante afferma a proposito del Conte Ugolino: “Più che il dolor, poté il digiuno”.

Una via di uscita decorosa poteva dunque consistere nel provocare le dimissioni del favorito dalla carica di Consigliere Comunale, facendo venir meno il motivo dell’incompatibilità tra le due cariche che costui si accinge ad occupare contemporaneamente, poggiando il sedere su due scranni.

Nulla, comunque, in confronto con Enrico Lupi, che ne occupa ben quattordici, senza però incorrere nell’incompatibilità derivante dall’essere al contempo controllore e controllato.

Si è invece deciso di procedere, confidando nell’asservimento della Giurisdizione Amministrativa, che non risulta scontato.

Quando il Sindaco-Presidente ha destituito verbalmente una Funzionaria, emanando il tipico atto nullo per “vizio totale di forma”, il Tribunale ha respinto il conseguente ricorso. Il Tribunale Amministrativo avrebbe forse disposto diversamente, ma il patrono dell’interessata ha sbagliato la strategia processuale.

Vedremo ora se anche la Giurisdizione Amministrativa dimostrerà lo stesso asservimento al potere “bassotto” già esibito da quella ordinaria.

Intanto, il vincitore del concorso si insedia nella sua carica, accentuandone le competenze di carattere “militare”.

Per far credere ai fessi che il bilancio della concessionaria possa essere risanato, si susseguono le operazioni volte all’annientamento dei “portoghesi”. È però poco probabile che i creditori si lascino incantare da una simile esibizione di muscoli.

Nei giorni scorsi, l’Italia ha celebrato la “Giornata della Memoria”, dedicata ad onorare i nostri connazionali vittime della “pulizia etnica” praticata ai loro danni dai Croati e dagli Sloveni, all’epoca definiti “Jugoslavi”.

Alcuni di questi Italiani trovarono rifugio proprio a Imperia. Ricordiamo con particolare affetto la signora Adelia Stippancich, che lavorò per tutta la vita come infermiera professionale nel nostro Ospedale, divenendo l’ombra affettuosa del primario dottor Castellano.

Questa donna coraggiosa giunse qui – come raccontava senza rancore – con i vestiti che aveva indosso e senza un centesimo in tasca. I seguaci di Tito le avevano comunque lasciato la vita, di cui privarono invece molti altri suoi compaesani.

Ora i profughi giuliano-dalmati, tra cui c’era anche il giovanissimo Sansa, futuro Sindaco di Genova eletto dalla sinistra, sono quasi tutti morti, il che risparmia loro quanto meno l’ipocrisia di certe manifestazioni con le quali si dovrebbe affermare l’ingiustizia di una rappresaglia consumata ai danni di persone innocenti, che dovettero pagare l’aggressione commessa dal Fascismo, di cui non erano responsabili.

Se l’Italia fosse stata rappresentata da Imperia, sarebbe risultata per costoro una patria matrigna.

Un certo Buic, che in realtà si chiamava Bucci ma aveva cambiato addirittura il cognome per dimostrare la propria assimilazione, essendo premiato con le cariche di Sindaco di Parenzo – un Paese popolato in origine al novantasette per cento da Italiani – di capo dell’Ente Federale incaricato della vendita della selvaggina e, “last but not least”, di funzioni di intelligence, decise sagacemente (dal punto di vista di Belgrado) di impiantare a Imperia la sua sede operativa per l’Italia.

Trovandosi la nostra città all’estremo opposto rispetto a Trieste, Buic e i suoi collaboratori non correvano il rischio di essere riconosciuti per la strada dalle loro vittime.

Ci furono però ugualmente delle rimostranze da parte dei profughi giuliano-dalmati, ignorate dalle nostre autorità, dominate a loro volta dal “Partito della Selvaggina”, che copriva lo spionaggio di Tito sotto l’usbergo dei rapporti economici.

Noi siamo naturalmente favorevoli alla causa della riconciliazione tra i popoli, che sul Confine Orientale risulta necessaria per sanare antiche ferite. Da questo punto di vista possono anche servire gli scambi commerciali, che integrano l’economia dei diversi Paesi, rendendo più dannosa – e dunque più improbabile – una nuova guerra.

Gli scambi commerciali devono però basarsi sulla convenienza reciproca. Altrimenti si tratta di grassazioni subite dal più debole a beneficio del più potente.

Una lepre viva, importata dalla Serbia e passata per l’acclimatazione nei vivai di Castiglione del Lago, costava alla Regione Liguria – che la destinava al “ripopolamento” – ben centquindicimila lire, quando lo stesso animale, morto, scuoiato, eviscerato e riempito di erbe aromatiche, si poteva acquistare nella migliore polleria di Imperia per ottomila lire.

L’Economato della Regione riceveva però soltanto un’offerta ogni volta che indiceva la licitazione. La differenza tra il prezzo di mercato e quello effettivamente corrisposto serviva per mascherare l’esportazione di capitali verso la Svizzera, su cui si appoggiavano i pagamenti, e finiva sui conti tanto dell’esportatore quanto dell’importatore.

Una ulteriore quota serviva per foraggiare le Forze Armate Federali della Jugoslavia, che Sloveni e Croati dovettero affrontare a mani nude per rendersi indipendenti. I Bosniaci, meno fortunati, vennero invece sottoposti al tiro a segno, sostituendo nelle “battute di caccia” i cinghiali.

Questi suini, importati oltre ogni necessità, devastano ancora oggi i terreni coltivati e aggrediscono il bestiame domestico, nonché – in qualche caso – gli esseri umani.

Parenzo si gemellò con Imperia, cosicché gli importatori potevano farsi pagare dal Comune i loro viaggi di affari.

Questa situazione dovemmo sopportare – e sopportiamo tuttora – “pro bono pacis”, per ingraziarci le autorità di Belgrado, i cui agenti potevano scorrazzare per l’Italia mascherati da “uomini d’affari”.

I poveri profughi giuliano-dalmati ricevettero così, oltre al danno, anche le beffe.

Una vera riparazione esigerebbe, se non le scuse delle nostre autorità, quanto meno una revisione dell’attività di “ripopolamento” promossa dalla Regione, non per danneggiare i Serbi, ma per smettere di danneggiare gli abitanti del nostro entroterra.

Il Partito ex comunista lotta invece strenuamente per il rimboschimento dello stesso territorio del capoluogo, che è addirittura un Comune rivierasco, quando non è necessario essere uno studioso della materia per capire che avrebbe viceversa bisogno di una nuova antropizzazione del territorio, incrementando l’agricoltura collinare e smettendo di importare la “grossa selvaggina”: ne abbiamo già troppa.

Certi rapporti d’affari, malgrado la fine della Jugoslavia comunista, evidentemente sopravvivono e condizionano ancora la politica della “sinistra”, che a suo tempo finì per identificarsi con il “Partito della Selvaggina”.

Ora le funzioni di esportatore di capitali, già svolte da Buic, sono state assunte da Hanoun, che però è finito in prigione.

Se il suo predecessore fosse stato arrestato all’inizio dell’attività di venditore, ma soprattutto di agente dello spionaggio jugoslavo, non avremmo avuto il “Partito Trasversale”.

La Storia, però, non si ripete, dato che la mutata situazione internazionale ha fatto sì che il Palestinese – a differenza dello Slavo – fosse fermato, avendo messo in pericolo la sicurezza dello Stato.

Per cui il nuovo “Partito Trasversale” è costretto a ripiegare su qualche modesto affare locale, incomparabile con gli “intrighi internazionali” del passato.

Abbiamo dunque la speculazione dei “Granatini”, il dominio della mafia magrebina sul mercato ambulante e l’assunzione di alcuni notori islamisti tra i netturbini della De Vizia.

In Toscana tutto questo si definisce con l’espressione vernacolare “du’ pappini”.

Possiamo dunque trarre le conclusioni.

In una situazione di tensione internazionale, una Classe Dirigente degna del nome dovrebbe predisporre tutte le misure necessarie per consolidare il cosiddetto “fronte interno”, che può resistere in quanto la popolazione sa di non essere presa in giro da una cricca “bipartisan” che spartisce i posti dispensati dal “Sindaco-Presidente”.

Occorre però anche evitare ogni sospetto di collusione con il potenziale nemico. Il che non significa praticare la caccia al musulmano, né altre forme di razzismo e di intolleranza.

Significa però vigilare affinché gli islamisti non ripetano quanto fecero a suo tempo gli emissari di Tito, trasformando Imperia in una “plaque tournante” delle loro operazioni.

Occorre infine soprattutto rendere giustizia ai nostri connazionali giuliano-dalmati, i quali vennero accolti da certa “sinistra” come “fascisti” da respingere.

Se disgraziatamente si realizzassero i propositi esibiti da questa parte politica e gli Israeliti venissero cacciati dal luogo in cui hanno esercitato il proprio diritto all’autodeterminazione, verrebbero insultati come “sionisti”, avendo questa definizione sostituito quella di “fascisti” nel repertorio degli epiteti offensivi proferiti dalla cosiddetta “sinistra”.

Cerchiamo dunque di evitare un’altra pulizia etnica e rendiamo soprattutto giustizia a chi, per evitarla, ha dovuto subire lo sradicamento e l’esilio.

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Mario Castellano  12/02/2026
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