Crisi morale a Imperia e destino dell’Occidente | Libertà accademica e identità cristiana
Che la società imperiese sia ormai priva di ogni capacità di rigenerazione morale, e perfino di consapevolezza della propria condizione, lo dimostra la vicenda del Professore dell’Università di Torino chiamato a tenere una “Lectio Magistralis” al Liceo Vieusseux sull’infiltrazione mafiosa nella nostra Provincia.

Che venne definita a suo tempo da Rosi Bindi la “quarta della Calabria”.

L’analisi compiuta, in base alla propria competenza accademica, da questo studioso di Sociologia e di Criminologia, da questo Cattedratico, ha però suscitato le ire del “Sindaco–Presidente”, che lo ha addirittura minacciato di querela per diffamazione.

Non si capisce chi possa essere la parte lesa, dal momento che lo studioso non ha affatto tacciato il “Bassotto” di essere personalmente colluso con la mafia.

L’uomo è però infastidito perché qualcuno mette in dubbio la verità ufficiale, secondo cui la mafia non esiste, o quanto meno non esiste a Imperia.

Poiché però l’evidenza smentisce tale asserzione, l’ossequio obbligatorio al “Pensiero Unico” elaborato dal Potere tende a proibire ogni impegno rivolto a cambiare la situazione.

I cittadini sono dunque posti nella condizione di sottomettersi alla delinquenza organizzata, ovvero di cercare riparo sotto l’usbergo di chi ci governa, cioè, in pratica, di mendicare un impiego per i propri figli in qualità di vigili urbani, bidelli, netturbini o becchini.

Al di fuori di queste due opzioni, ci si può soltanto barcamenare in una condizione di emarginazione sociale.

Nessun soggetto politico, sociale o culturale ha difeso la libertà accademica che dovrebbe tutelare lo studioso proveniente da Torino, sostenuto soltanto dalla sua Università.

L’opposizione è troppo impegnata nella speculazione dei “Granatini” per occuparsi di simili quisquilie. Meglio litigare sull’autovelox.

Quanto alle espressioni della cosiddetta “società civile”, semplicemente non esistono più.

Dugin, nell’intervista pubblicata ieri, ha asserito che la pubblicazione, propiziata da quello stesso Potere di cui viene rivelata l’estrema degenerazione, delle prove del sistema di prostituzione creato da Epstein ha uno scopo ben preciso: valutare se la società occidentale sia ancora in grado di esprimere una rivolta morale.

Se così fosse, vorrebbe dire che il criterio etico è ancora vigente. Se invece ci si rassegna alla corruzione, ciò significa che la maggior parte della gente lo ha ormai smarrito.

La situazione dell’Occidente risulta dunque, in grande, la stessa che constatiamo in piccolo a Imperia.

Come possiamo dunque affrontare una guerra che non comporta perdite di vite umane, ma causa certamente un impoverimento difficile da sopportare per chi ha eretto il benessere materiale a fondamento della società e a unico criterio su cui si basa la legittimazione della propria classe dirigente?

Le guerre portano sempre a un cambiamento di questo ceto. Dopo il 1918, i combattenti ritornati alla vita civile, o meglio quanti tra loro erano stati interventisti, iniziarono una nuova guerra – in questo caso civile – e portarono al potere il fascismo.

La Prima Repubblica fu governata da chi aveva fatto la Resistenza.

Sul piano internazionale emersero, in entrambi i casi, nuovi soggetti. I popoli che avevano dato il loro contributo alla vittoria, dapprima dell’Intesa e poi degli Alleati, rivendicarono l’indipendenza. Le loro rivendicazioni erano però già presenti nella coscienza dei combattenti, e l’esito dell’una e dell’altra guerra rese possibile realizzarle.

Dugin afferma che l’Occidente è destinato comunque a un suicidio, per cui basta separarsene per evitare il contagio della corruzione, in attesa della sua estinzione.

Può essere che questo avvenga, ma può anche darsi che la guerra faccia emergere soggetti che ancora non trovano un’espressione politica, ma le cui idee già maturano nelle coscienze.

Certamente le vecchie scuole e tradizioni ideologiche dell’Occidente sono esaurite, lasciando però aperti grandi spazi per idee nuove.

Qualcosa sta maturando nell’ambito religioso, essendo la fede uno dei più importanti elementi che compongono le identità collettive.

L’Occidente potrà salvarsi solo ritrovando la propria, non certo restaurando il Sacro Romano Impero nelle forme storiche del passato, ma altrettanto sicuramente ricostituendo una sorta di “Koinè” definita dalla civiltà giudaico-cristiana.

Se verrà meno la coscienza di appartenerle, e dunque non si tenterà di darle una nuova espressione sul piano civile, allora avrà ragione Dugin quando prevede per il Cristianesimo, minato dalla Riforma protestante e poi negato nei suoi fondamenti dall’Illuminismo, un futuro di subordinazione forzosa all’Ortodossia, incarnata dalla Russia, dove il dogma cristiano non è mai stato messo in discussione, né dall’esterno né dall’interno della Chiesa.

C’è stato un momento in cui – quando proliferavano i movimenti di estrema sinistra, estremamente frammentati ma accomunati da un’utopia rivoluzionaria – un certo ambiente cattolico pensò di contrastarli promuovendo un’altra utopia, quella confessionale.

I cui adepti finirono però per comporre una corrente della Democrazia Cristiana, scontando la contraddizione con il suo carattere non confessionale e, soprattutto, contagiandosi con la corruzione di un sistema di potere ormai avviato alla fine.

Una nuova utopia, riferita questa volta alla riaffermazione, nell’ambito civile e non soltanto religioso, del Cristianesimo occidentale, può invece procedere nella direzione della Storia.

Se il confessionalismo era una delle molte ideologie, destinata come tale a essere coinvolta nella loro crisi, la restaurazione del Cristianesimo quale categoria civile che agisce permeando la società, anziché pretendendo di conformare al proprio precetto la legge dello Stato, può coincidere con il nuovo Spirito del Tempo.

La realizzazione di questo ideale è rimessa alla nuova generazione, che dovrà sopportare le prove del prossimo, inevitabile confronto con le altre grandi identità presenti nel mondo

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Mario Castellano  15/02/2026
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