America Latina e Stati Uniti: la conquista culturale del Sud
Si è rinnovata in America Latina la vicenda dei Conquistatori.
I vari Hernán Cortés, Francisco Pizarro, Francisco Hernández de Córdoba, Vasco Núñez de Balboa, Diego de Almagro, Gonzalo Jiménez de Quesada, Pedro González de Mendoza hanno infatti trovato un degno continuatore in Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo.
Cortés, essendo diffusa tra gli Aztechi una leggenda che parlava di una divinità proveniente dal mare da cui sarebbero stati sottomessi, venne scambiato per il dio Quetzalcóatl.
Massimiliano d’Asburgo tentò di far credere la stessa cosa, ma venne fucilato.
“Braccioforte” è sfuggito a questa sorte, avendo trovato in un’affascinante signora del Paraguay l’equivalente di donna Marina, detta la “Malinche”, amante e consigliera di Cortés.
I Conquistatori erano pochi in confronto agli eserciti degli imperi precolombiani, ma le loro armi atterrivano gli “Indios”. Sparando con gli archibugi, gli Spagnoli facevano credere di padroneggiare il tuono; scendendo e risalendo a cavallo, venivano ritenuti un unico animale che si sdoppiava e si ricomponeva.
A Osvaldo Martini è invece bastato usare la “I”, disseminandola nell’intero continente. Questa vocale, reiterata in modo ossessivo, ha causato negli indigeni uno stordimento e un terrore collettivo, al punto che gli bastava pronunciarla perché fuggissero atterriti.
Ora che la conquista è completata, giungendo fino alle plaghe interne più remote e inospitali, il nostro concittadino è ritornato a casa, mentre le popolazioni amerindie cercano disperatamente rifugio nelle foreste per sottrarsi alle sue micidiali “I”, simili in questo ai sudditi delle “Reducciones”, inseguiti dall’Inquisizione e rinselvatichiti nella giungla.
La Corona di Spagna impiegò settanta anni per arrivare dalle isole dei Caraibi fino alla Terra del Fuoco.
Osvaldo Martini ha sottomesso il continente in meno di due mesi, senza portare con sé i dodici cavalli di Cortés, che si moltiplicarono divenendo l’animale simbolo dell’intera America.
Al Nostro sono bastate le “I”.
Che né i nipoti, restii ad apprendere il “Braccese”, né i camerieri del ristorante vogliono acquisire.
L’italiano verrà dunque mantenuto, come alcune lingue indigene quali il quechua, l’aymara e il guaraní.
Noi, essendo braccesi irriducibili, “ci scampiamo” per il successo riportato dal presidente della nostra Accademia, che, come la “Real Academia de la Lengua Española”, si appresta a istituire le proprie estensioni in ciascun Paese dell’America Latina, dove lo studio del “Braccese” viene tenuto in grande considerazione, trattandosi di una forma di acculturamento particolarmente ambita dagli intellettuali.
Il nuovo arcivescovo di New York, diocesi decisiva nella Chiesa cattolica quale dispensatrice di aiuti a tutti i cattolici che si trovano nel bisogno – il cardinale Spellman si prodigò a suo tempo, collaborando con Pio XII, per soccorrere i nostri connazionali stremati dalla guerra – si è solennemente insediato nella cattedrale di San Patrizio.
Intitolata al patrono dell’Irlanda, in quanto i cattolici degli Stati Uniti furono a lungo in gran parte originari di quest’isola, da cui ancora proviene per ascendenza la maggior parte dei vescovi.
Le preghiere e i canti, a quanto riferisce diligentemente il collega Giuseppe Di Leo di “Radio Radicale”, non hanno però alternato l’inglese con il gaelico, bensì con lo spagnolo.
Il nuovo ordinario – come anche il Papa – parla correntemente questa lingua, avendo trascorso buona parte della sua vita sacerdotale in America Latina. C’è addirittura chi dice che tale dato biografico comune abbia indotto Prevost a destinarlo proprio a New York.
Il nuovo arcivescovo, rivolgendosi ai fedeli di lingua spagnola, ha comunque precisato che non si limita a conoscerla, ma intende soprattutto valorizzare al massimo l’apporto recato alla Chiesa locale dalla cultura latinoamericana.
Chi conosce anche superficialmente gli Stati Uniti sa bene che gran parte dei territori acquisiti a danno del Messico con il Trattato di Guadalupe Hidalgo sono stati “ripresi” dai latinoamericani grazie a due fattori potenti e inarrestabili: l’immigrazione e l’espansione demografica.
La Grecia venne conquistata da Roma con la forza delle armi, ma subito dopo la assoggettò con la propria cultura: «Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio».
Il Sud del mondo è ancora inferiore al Nord sul piano della tecnologia, e questo determina la possibilità – di cui fanno uso gli Stati Uniti – di compiere interventi militari. La forza delle armi non può tuttavia nulla né contro le migrazioni né contro l’influenza culturale.
Nelle università nordamericane, gli sciamani – tanto appartenenti alle tribù locali, scampate allo sterminio degli Amerindi, quanto provenienti dall’America Latina – diffondono l’insegnamento della loro cultura e religione. Questa influenza è testimoniata dal successo dei saggi di Carlos Castaneda. Non mancano perfino le conversioni.
Due studenti anglosassoni, attratti dai culti dei Sioux, sono riusciti ad ammazzarsi praticando la “Danza del Sole”; altri si sono ridotti in fin di vita.
Influiscono su questa moda sia il cosiddetto “complesso dell’Indiano”, che perseguita i più sensibili tra i nordamericani di origine europea, afflitti dalla colpa dei loro antenati, sia l’attrazione verso tutto ciò che sa di esotico, come anche motivi più prosaici.
Lo spagnolo è la seconda lingua degli Stati Uniti, al punto che la “Real Academia” vi ha costituito una propria “estensione”, essendosi ormai consolidato un nuovo gergo in cui gli anglicismi sostituiscono i termini derivanti dagli idiomi indoamericani.
Il fenomeno, sostenuto dalla diffusione dei mass media – la CNN ha una propria sede che trasmette in spagnolo da Atlanta – risale comunque a un’origine economica. Decine di milioni di persone, il cui livello di vita sta salendo, costituiscono un mercato attraente, e la stessa contiguità con il mondo ispanico spinge a conoscerlo.
Abbandonato l’atteggiamento razzista di superiorità proprio del passato, sono sempre più numerosi gli statunitensi di alta cultura che conoscono alla perfezione la lingua dei loro vicini.
Il clero, come sempre, è all’avanguardia: il cardinale O’Malley di Boston è ordinario di Lingua e Letteratura spagnola e portoghese all’università e ha trascorso la maggior parte della sua vita in America Latina. L’arcivescovo di Los Angeles è messicano, non di origine ma di cittadinanza, ed è “ispanica” la grande maggioranza dei suoi fedeli.
Il massimo studioso di “indigenismo” e di agricoltura dell’America Latina – che abbiamo avuto l’onore di conoscere – è il professor Barraclough, un “WASP” del New Hampshire, sposato però con una mapuche del Cile.
Tutto questo – e molto altro ancora, che sarebbe troppo lungo riferire – rivela come anche il Nord America, e non soltanto l’Europa occidentale, risulti permeato dalle culture – a lungo ingiustamente ritenute subalterne – del Sud del mondo.
Lo testimoniano, in campo religioso, le sempre più frequenti conversioni al buddismo, all’induismo e soprattutto all’islam.
Il Meridione del mondo non ha dunque bisogno – per prevalere – né di operare una conquista militare né di perseguire una deliberata “sostituzione etnica”.
Chi, come la Fallaci e Houellebecq, ha preconizzato simili fenomeni è caduto nel grottesco.
Gli extraeuropei non hanno però neanche bisogno di esportare in Occidente i loro modelli politici. La democrazia liberale, con i suoi istituti rappresentativi, non è certo l’ideale ed è sempre tanto perfettibile quanto soggetta a tentativi di soppiantarla con la cosiddetta “democratura”.
Per questo non ci stanchiamo di denunciare la tendenza a violare il principio della separazione dei poteri, come anche l’orientamento a sminuire le autonomie locali.
Non è però imitando i modelli autoritari su cui si basano le dittature esotiche – siano esse teocratiche, confessionali o ideologiche – che si può migliorare la nostra condizione, e tanto meno quella degli immigrati, i quali possono mantenere, sviluppare e anche diffondere la propria rispettiva cultura e religione in quanto restino vigenti tutti gli istituti dello Stato di diritto.
L’errore di certa “sinistra” è consistito a lungo nel ritenere che la condizione dei lavoratori – e di tutti i cittadini – potesse migliorare applicando modelli che abolivano le cosiddette “libertà borghesi”, anziché renderle fruibili da tutti. Questa è la funzione storica propria, per l’appunto, del movimento dei lavoratori.
Se Togliatti sbagliava proponendo come ideale l’Unione Sovietica di Stalin – dove lo sciopero costituiva un reato, come nell’Italia di Bava Beccaris – la Schlein ripete l’errore indicando a sua volta come ideale il regime instaurato a Gaza da Hamas, dove il reato è costituito dall’omosessualità, sanzionata addirittura con la pena capitale.
Ora si piange sul destino della dittatura instaurata da Fidel Castro a Cuba, che rimane l’unico luogo al mondo – insieme con la Corea del Nord – in cui l’ideologia marxista-leninista viene ancora applicata tanto sul piano politico quanto su quello economico.
Con due risultati: l’unica cosa che Cuba esporta – oltre a medici schiavizzati, costretti a corrispondere allo Stato i tre quarti del loro stipendio – è l’apparato repressivo della “Seguridad del Estado”. Quanto al disastro economico, non si è attenuato neanche quando è cessato l’embargo, il che dimostra come si tratti di un modello sbagliato.
Anche il Vietnam venne aiutato nel suo contenzioso con gli Stati Uniti, ma dopo la fine della guerra ha conosciuto uno sviluppo economico impetuoso. A Cuba nessuno rivendica una riforma politica o economica.
La Spagna superò a suo tempo la dittatura di Franco perché tutta la società – anche nelle sue componenti più conservatrici – richiedeva un cambiamento: il più pacifico possibile, certamente, ma anche il più radicale.
La società cubana non esprime invece questa domanda, essendo totalmente narcotizzata; per cui il blocco cui l’isola viene sottoposta porterà forse a un mutamento nella sua collocazione internazionale – la Russia può fare ben poco per salvare il regime – ma non nell’assetto politico interno. Ciò è quanto di peggio si possa augurare ai suoi malcapitati cittadini.
Quanto alla “sinistra” italiana, i suoi dirigenti non hanno ancora capito che altra cosa è dare ragione a un Paese esotico in un contenzioso internazionale, e altra cosa è auspicare il trapianto in Occidente del suo modello politico.
I continenti extraeuropei posseggono un capitale enorme di spiritualità e di cultura. Il pontificato di Bergoglio – restando nell’ambito cattolico – ha dimostrato quanto possiamo imparare e ricevere da quelle proprie dell’America Latina, dove opera una Chiesa non solo esemplarmente vicina al popolo, ma anche capace di ripensare in modo originale il cristianesimo.
Il Partito Comunista Italiano ebbe a lungo un segretario di scuola sovietica. Questo lo portò a rinnegare non tanto Filippo Turati, quanto piuttosto Antonio Gramsci, nella cui opera c’è molto, anche se non tutto quanto risulta necessario per elaborare un modello radicato nell’identità e nella cultura proprie dell’Italia e dell’Occidente.
Non siamo dunque noi che dobbiamo imparare la legge islamica da Hanoun per imporla agli italiani.
Il dirigente palestinese, specialista nell’esportazione di capitali – il che lo rende popolare particolarmente nella “sinistra” imperiese – viene visitato regolarmente da uno dei trentasette imam incaricati dell’assistenza spirituale ai detenuti dall’Unione delle Comunità Islamiche. Oltre al Corano, il ministro del culto dovrebbe fargli leggere i “Quaderni dal carcere” del grande pensatore di Ghilarza.
Leggendo quest’opera, l’uomo riuscirà forse a capire in che Paese si trova.
La Schlein dovrebbe dirgli, da parte sua, che i problemi dell’Italia non si risolvono applicando la “sharia”.