Europa occidentale tra polarizzazione politica e rischio conflitto civile
L’episodio di Lione, dove in uno scontro tra manifestanti di destra e di sinistra è stato ucciso un giovane, del quale apprendiamo che si trattava di un cattolico tradizionalista, non è il primo del suo genere registrato negli ultimi tempi in Europa occidentale.

L’Italia, che tradizionalmente importa ogni nuovo fenomeno politico da Oltralpe, questa volta sembra precedere la Francia.

L’omicidio della Spezia, che – come sempre avviene per la violenza di matrice islamista – si è fatto credere motivato dalla gelosia, ha visto un musulmano uccidere un compagno di scuola arabo cristiano.

A Milano si indaga sull’uccisione di un marocchino da parte di un agente di polizia.

Fermo restando che a carico del magrebino esistevano gravi precedenti penali e che comunque costui si trovava illegalmente in Italia, si indaga per chiarire se ricorressero gli estremi della legittima difesa e – in caso affermativo – se non vi sia stato un eccesso colposo.

Il foro di entrata del proiettile era nella tempia, mentre – secondo il rapporto della polizia – l’uomo stava minacciando la pattuglia in servizio a Rogoredo, puntando una pistola contro gli agenti.

Per ora, tutti questi episodi vengono chiariti in sede giudiziaria, ma lo stillicidio di fatti di violenza sempre più frequenti preannuncia una situazione di conflitto civile.

Nel qual caso vale la regola “À la guerre comme à la guerre” e non si valutano più i comportamenti delle parti opposte in base alle regole vigenti in tempo di pace.

Ci si può naturalmente domandare chi abbia cominciato, assumendo la responsabilità di una degenerazione inarrestabile della situazione.

Anche la risposta a questa domanda diventa però molto difficile.

Se anche si potesse addebitare senza ombra di dubbio il “casus belli” agli uni o agli altri, si tratterebbe comunque, per l’appunto, di una causa occasionale.

Le ragioni vere e profonde del conflitto risiedono, da una parte, nell’incapacità manifestata dalle diverse parti politiche di convivere e competere in un quadro di norme condivise; dall’altra, nell’impossibilità di garantire la coesistenza tra soggetti culturali e religiosi diversi, ciascuno dei quali pretende di imporre le proprie norme.

Anche quel simulacro del “Cuius regio, eius religio”, che consiste in una sorta di “apartheid”, cioè nella suddivisione dei quartieri in base alle diverse etnie, non può reggere.

La componente che si ritiene dominante tende infatti inevitabilmente a espandere il proprio territorio.

Il marocchino omicida della Spezia tentava di includervi l’edificio scolastico e il suo compatriota di Milano agiva in base alla convinzione che Rogoredo appartenesse al “Dar al-Islam”.

Anche lo scontro di Lione è avvenuto in occasione di una conferenza sul tema del razzismo, organizzata dalla sinistra e osteggiata dalla parte opposta.

La guerra civile strisciante che avrebbe portato Mussolini al potere cominciò subito dopo la Prima guerra mondiale, con scontri inizialmente sporadici tra le opposte fazioni.

Che si munirono però ben presto ciascuna di un proprio esercito privato.

Quello fascista era più forte, essendo costituito da ex combattenti della Grande Guerra, più allenati all’uso delle armi e più facili da inquadrare militarmente: la camicia era infatti l’uniforme degli Arditi,

i quali avevano costituito le truppe scelte dell’Esercito italiano.

In Spagna, dopo le elezioni del 1936, tanto i repubblicani quanto i falangisti costituirono milizie paramilitari e la violenza era già diffusa quando il generale Franco insorse contro il governo.

Convenzionalmente si fa risalire l’inizio della guerra civile all’uccisione di Calvo Sotelo, leader della destra cattolica e legalitaria, prelevato in casa e ucciso dagli “Asaltos”, cioè dalla milizia legata al Partito comunista.

L’Europa occidentale sta scivolando su questa china.

È vero che “CasaPound” – i cui confini con Fratelli d’Italia risultano in realtà più labili di quanto si voglia far credere – fornisce una milizia pronta all’uso alla presidente del Consiglio,

la quale non dispone lo sgombero degli edifici pubblici occupati a Roma perché, in caso di guerra civile, le converrebbe accerchiare il centro della città con un reticolo di basi predisposte a questo scopo da molto tempo.

Se dunque la parte opposta ha formalmente ragione nell’invocare la “par condicio” dopo lo sgombero di “Askatasuna”, rimane il fatto che i militanti dell’“Autonomia”, gli “anarchici insurrezionali” e soprattutto gli islamisti sedicenti “palestinesi” rispondono a “CasaPound” sul suo stesso terreno.

Il finanziamento da parte islamica tanto di queste formazioni paramilitari quanto dei partiti della sinistra formalmente legalitaria crea tra le une e gli altri lo stesso rapporto ambiguo che esiste tra i “fascisti del terzo millennio” e quelli convertiti apparentemente alla pratica di governo.

Entrambi i contendenti tengono infatti nella manica l’asso della violenza fisica.

Manca ancora, per scatenare una guerra aperta, il cosiddetto “omicidio eccellente”.

Quello consumato in Spagna precedette di pochi giorni la sollevazione di Franco, mentre in Italia Matteotti, Amendola e Gobetti vennero uccisi quando la guerra civile era già praticamente terminata e si qualificarono piuttosto come vendette consumate “ex post”.

Il Rubicone era stato varcato tra il 1921 e il 1922, con l’occupazione “manu militari” dei municipi.

Fin qui i paragoni storici.

Merita però di essere analizzato il dato rappresentato dalla matrice politica degli aggressori e della vittima di Lione.

Gli uni pare appartenessero a “La France Insoumise”, cioè il maggior partito della sinistra parlamentare.

Segno che Mélenchon gioca su due tavoli.

Il che non stupisce, date le dichiarazioni esplicite del personaggio.

Il morto era, come si è detto, un tradizionalista cattolico e non un militante del “Front National” della Le Pen.

Segno, questo, che nella destra si è già consumata la transizione dall’ideologia all’identità.

Tra la gioventù d’Oltralpe torna dunque di moda la monarchia, il richiamo alla Vandea e il ricordo dei “Camelots du Roi” di Charles Maurras, attivi negli anni Trenta

e successivamente divisi tra il collaborazionismo, rappresentato dal governo di Vichy, e un settore confluito nella Resistenza al seguito del generale De Gaulle,

il quale era dichiaratamente monarchico e molto legato al conte di Parigi, cioè al pretendente al trono.

Il generale, preoccupato in primo luogo dell’unità della nazione, non volle però mai promuovere una restaurazione.

Come non la volle tentare un altro monarchico, anch’egli seguace del conte di Parigi, cioè il vandeano Mitterrand.

Finita la generazione degli uomini capaci di praticare il “trasversalismo”, il filone monarchico e cattolico tradizionalista si schiera compattamente con la destra,

e anzi soppianta quello rappresentato dai nostalgici dell’Algeria francese.

La sinistra, posta di fronte a un fenomeno che causa un afflusso di giovani verso il settore avverso, sceglie tanto in Francia quanto in Italia due strade entrambe sbagliate.

Da una parte rimane arroccata nelle vecchie ideologie, il che la porta a combattere battaglie di retroguardia, come la difesa del comunismo cubano.

Dall’altra si assimila a un’identità altrui, cioè quella islamica.

Anche questa strada porta nel deserto.

Gli islamisti possono perdere, trascinando con sé nella sconfitta quanto rimane della sinistra, ridotta a loro supporto.

Oppure possono vincere, ma in tal caso non sarebbero certamente disposti a condividere il potere con i sostenitori dell’omosessualità.

Ciò malgrado, chi ha bisogno di soldi per pagare la “consulente cromatica” li accetta anche dall’Islam radicale.

E dunque non solo fa i comizi con Hanoun, ma negozia con lui per spartire la torta dei finanziamenti.

Una forza politica responsabile non va a infognarsi in compagnie equivoche, manovrate da alcuni servizi segreti stranieri e combattute da altri.

Quanto emerge sui rapporti tra Grillo, i dirigenti “democratici” e chi rappresenta Hamas in Italia risulta, da questo punto di vista, molto inquietante.

Noi imperiesi sappiamo per esperienza diretta quale inquinamento porti con sé la collaborazione con agenti stranieri e, ancor più, un certo tipo di rapporti economici.

Si può anche protestare contro certe scelte di Netanyahu, ma bisogna fare attenzione a non finire per fiancheggiare il terrorismo,

che non agisce soltanto nel Medio Oriente, ma ha già insanguinato tutta l’Europa occidentale.

Gli unici soggetti di “sinistra” – o meglio di radice antifascista – che hanno ancora qualcosa da dire sono gli indipendentisti regionali.

I baschi dell’ETA costituiscono l’unica forza politica rilevante dell’Europa occidentale che non abbia rinnegato il marxismo-leninismo e tuttavia mantengono un certo consenso proprio in quanto agiscono per l’indipendenza,

collegandosi così a un’identità specifica.

Chi invece cerca di contendere alla destra la rappresentanza della nazione è destinato a perdere, perché coloro che compiono questa scelta preferiscono logicamente l’originale alla copia.

La prospettiva inquietante che si apre davanti a noi non consiste solo nella violenza interna ai vari Paesi dell’Europa occidentale, bensì nell’influenza che certi soggetti stranieri possono esercitare sulle parti in causa.

Nel qual caso la situazione sfuggirebbe completamente di mano e ci si troverebbe a combattere una guerra per conto di altri.

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Mario Castellano  17/02/2026
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