Lione, radicalizzazione politica e rischio conflitto civile – Analisi
L’uccisione a Lione di un giovane cattolico tradizionalista, assimilato con una certa approssimazione all’estrema destra, ha posto al centro dell’attenzione il partito di Mélenchon.

Dato l’inarrestabile declino dei socialisti, dei comunisti e dei verdi, esso ha ormai assunto l’egemonia della sinistra, di cui stabilisce sostanzialmente la linea politica.

In passato, una volta svanita la possibilità di portare un socialista all’Eliseo — l’ultimo era stato Hollande, la cui gestione della Repubblica, anche agli occhi della stessa sinistra, risultò disastrosa — l’unica opzione rimasta alla gauche, tanto in sede nazionale quanto locale, consisteva nello scegliere il male minore: conformarsi alla cosiddetta “disciplina repubblicana” e votare per il candidato della destra moderata, pur di impedire a Le Pen di conquistare il potere.

L’operazione, fino a oggi, è riuscita nell’insieme della Francia, nelle regioni e nella maggior parte dei comuni.

Il “Fronte Nazionale” ha però potuto presentare il proprio contendente gollista — nel caso specifico l’attuale Presidente — come un soggetto colluso con la sinistra e da essa dipendente. Ciò non corrisponde alla realtà, come dimostra la linea seguita dall’inquilino dell’Eliseo, che ha suscitato le ire dei sindacati intervenendo sullo Stato sociale.

In tempi di radicalizzazione, tuttavia, sono sempre più numerosi i seguaci della destra moderata disposti a migrare verso l’estrema destra, la quale apparentemente — anche dopo il tragico episodio di Lione — non incita alla guerra civile e anzi invoca la moderazione.

Una sua eventuale vittoria alle presidenziali potrebbe comunque scatenare un conflitto che, nelle strade delle grandi città — Lione, antica capitale della Gallia, sede del cardinale primate — sembra già iniziato.

Il partito di Mélenchon viene descritto sommariamente come dedito per principio alla violenza, il che è vero solo in parte. Tuttavia, questa forza politica avrebbe effettivamente deciso di scommettere sulla radicalizzazione dello scontro, come dimostrerebbe la scelta del leader, alle ultime presidenziali, di non invitare i propri sostenitori a votare Macron al secondo turno, a differenza delle altre componenti della sinistra.

Se Le Pen avesse già vinto, Mélenchon avrebbe anticipato quanto — implicitamente — persegue: una fase di conflitto sociale. Non perché ritenga di vincerlo, poiché un simile scenario produrrebbe caos permanente, ma perché consentirebbe al suo partito di assorbire l’intera sinistra, spiazzando i settori più legalitari.

La prospettiva di accendere le piazze d’Oltralpe appare concreta, e in parte già realizzata. Si è parlato di seguaci dichiarati di “France Insoumise” coinvolti nell’episodio di Lione. La vittima stava protestando pacificamente contro una conferenza di una deputata musulmana del partito di Mélenchon, nota per posizioni fortemente critiche nei confronti dello Stato di Israele.

Costei ha naturalmente il diritto di esprimere le proprie opinioni, ma lo stesso diritto spetta ai contro-manifestanti, purché agiscano nel rispetto della legge. Quando una parte nega all’altra la possibilità di esprimersi, il conflitto civile diventa un rischio concreto.

Mélenchon potrebbe però aver sbagliato i suoi calcoli, così come potrebbe averli sbagliati la Schlein, espressione di una sinistra cosiddetta “movimentista”, distante dalla tradizione riformista che ha caratterizzato, per esempio, l’Emilia e Bologna, dove la buona amministrazione è sempre stata un valore rivendicato.

Non va dimenticato che la Marcia su Roma avvenne quando molti municipi della Valle Padana erano già stati espugnati dallo squadrismo. Tuttavia, né “France Insoumise” né il Partito Democratico sembrano oggi in grado di guidare le piazze, che rischierebbero di essere dominate da gruppi radicalizzati.

La sinistra rischia così di trovarsi in una “alternativa del diavolo”: se i gruppi più estremi perdono, essa viene travolta con loro; se vincono, ne viene subordinata. Nel frattempo, il conflitto nelle piazze vede contrapposti gruppi islamisti e movimenti neofascisti allenati allo scontro, mentre sul piano ideologico riemerge un tradizionalismo cattolico particolarmente radicato in Francia.

Negli anni Trenta, contro il Fronte Popolare si mobilitarono i seguaci dell’Action Française di Charles Maurras; in seguito, tale area si divise tra sostenitori di De Gaulle e del regime di Vichy. Oggi l’estremismo di destra si presenta ricompattato e mobilitato contro quella che definisce una “sostituzione etnica”, richiamandosi alla tradizione.

Il governo italiano, nel tentativo di distinguersi dai settori più radicali, sembra però preferire una strategia di distrazione, evitando di motivare la popolazione nel nome di un ideale politico o religioso e concentrandosi su eventi mediatici. Ciò rischia di lasciare spazio tanto alla violenza fisica quanto a quella ideologica.

Noi cattolici liberali non siamo schierati contro le alleanze internazionali dell’Italia né contro le istituzioni di uno Stato laico in cui ci riconosciamo pienamente. Abbiamo svolto un ruolo importante nel mediare tra l’Italia laica e quella cattolica, sanando la contrapposizione tra liberali e clericali, tra Chiesa e Stato.

Oggi il rischio è che lo scontro venga alimentato non solo nelle piazze, ma anche sul piano culturale. E ciò dovrebbe interrogare tutti, credenti e non credenti.

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Mario Castellano  19/02/2026
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