Crisi istituzionale tra Stati Uniti e Italia: separazione dei poteri e Stato di diritto
La situazione degli Stati Uniti e quella dell’Italia presentano forti somiglianze, causate in entrambi i casi dal processo di costituzione di altrettante “democrature”.
In America, la Corte Suprema ha stabilito che la norma, contenuta nella cosiddetta Costituzione materiale, che attribuisce al Presidente la facoltà di emanare decreti in materia di affari esteri, non lo autorizza ad aumentare i dazi. Tale facoltà può essere esercitata soltanto qualora uno Stato straniero compia atti ostili che mettano in pericolo la sicurezza nazionale.
Risulta dunque illegittima l’imposizione di nuovi dazi sui prodotti provenienti dall’estero.
Trump ha risposto polemizzando con i giudici e definendoli, di fatto, traditori, offrendo della sentenza un’interpretazione estremamente cervellotica, priva di riscontro in quanto stabilito dalla Corte. Secondo il “tycoon”, il verdetto si applicherebbe esclusivamente alla destinazione dei fondi incassati dallo Stato a seguito dell’aumento dei dazi, mentre la loro imposizione resterebbe legittima.
Il Presidente ha quindi disposto che gli organi dell’amministrazione federale continuino ad applicare il suo decreto, mentre la Corte Suprema ordina l’esatto contrario. Per giunta, ha introdotto un ulteriore aumento dei dazi su tutti i prodotti stranieri.
Si apre così una crisi istituzionale.
Che cosa faranno, infatti, i funzionari delle dogane? Possono obbedire al Presidente oppure eseguire la sentenza della Corte Suprema: tertium non datur.
Trump, qualora i dipendenti federali gli disobbedissero, potrebbe considerare il loro comportamento un’infrazione disciplinare e, di conseguenza, licenziarli. Negli ordinamenti giuridici anglosassoni, ciò non richiede necessariamente lo svolgimento di un procedimento disciplinare formale.
Se, viceversa, i doganieri si attenessero a quanto disposto dal Presidente, si potrebbe ritenere consumato un colpo di Stato. Tentativo che Trump aveva già messo in atto quando i suoi seguaci occuparono manu militari la sede del potere legislativo. Fu l’esercito a fermarli, su ordine del Vicepresidente, che riconosceva legittimo il risultato elettorale, contestato invece dal Presidente uscente.
Ora non è materialmente possibile che le forze armate si rechino in tutte le dogane per imporre l’esecuzione della sentenza della Corte Suprema. Si apre dunque un conflitto — che, almeno per ora, non assume le forme di una guerra civile — tra i sostenitori del Presidente, che lo appoggiano nella pretesa di ignorare le prerogative del potere giudiziario, e i suoi oppositori.
Questi ultimi restano fedeli al principio fondamentale per la sopravvivenza dello Stato di diritto: i giudici possono valutare la legittimità di ogni atto del potere esecutivo.
Si è così incrinato il patto costituzionale che finora ha vincolato tutti i cittadini, stipulato per regolare la loro pacifica convivenza secondo regole condivise. Chi subisce la rottura di tale patto può scegliere tra l’acquiescenza — nel qual caso i suoi diritti non vengono più tutelati — oppure la resistenza al colpo di Stato.
Quest’ultimo si definisce, in termini giuridici, come una modifica della Costituzione introdotta senza osservare il procedimento che la stessa Costituzione stabilisce per il proprio emendamento.
Trump, infatti, non solo rifiuta di adempiere a una sentenza, ma reitera l’atto cui essa si riferisce.
La Meloni fa di peggio.
Se il suo omologo americano rifiuta di ottemperare a uno specifico atto del potere giudiziario, la Presidente del Consiglio — riferendosi alla sentenza del Tribunale di Palermo che dichiara illegittimo il sequestro di un’imbarcazione disposto dal Governo e lo condanna al risarcimento del danno — sostiene che i giudici non possano, in linea di principio, sindacare gli atti emanati dal potere esecutivo.
Occorre distinguere tra la sentenza penale con cui venne condannata la comandante della nave per aver speronato una motovedetta della Guardia di Finanza e l’atto con cui il Governo ha disposto il sequestro dell’imbarcazione.
Che cosa accadrebbe se venisse requisito ogni autoveicolo il cui conducente fosse sanzionato per aver violato il Codice della strada? Oltre al fatto che si paralizzerebbe la circolazione, si confonderebbe un rapporto regolato dal diritto penale — in base alle norme del Codice della navigazione — con un rapporto di diritto privato.
La proprietà dell’imbarcazione, infatti, comporta il godimento e la disposizione del bene che ne costituisce l’oggetto.
La Meloni confonde volutamente la responsabilità di chi conduceva l’imbarcazione con quella del suo proprietario.
Se poi la nave fosse stata considerata corpo di reato, sarebbe stata l’autorità giudiziaria a doverne disporre il sequestro, non un organo del potere esecutivo.
L’ufficio legale di Palazzo Chigi esce molto indebolito da questa vicenda. Le schiere di avvocati alloggiati negli “stupendifici” governativi sembrano limitarsi a percepire lo stipendio.
Il Ministro dell’Interno, che non è un ufficiale di polizia giudiziaria, pretendeva di procedere a un arresto; mentre il Sindaco di Imperia emana atti amministrativi in forma verbale. Nessuno dei loro collaboratori ha però avuto il coraggio di dire semplicemente: “Non licet”.
Se il potere si ritiene legibus solutus e ignora la tripartizione delle competenze descritta dal barone di Montesquieu, significa che si è tornati a una forma di assolutismo.
L’Occidente deve difendere la propria identità, ma non al costo di rinnegare quei principi che da secoli lo definiscono.
Di fronte ai presunti colpi di Stato attribuiti tanto a Trump quanto alla Meloni, l’opposizione appare incapace di offrire un’alternativa credibile. E ciò produce un effetto forse ancor più grave del modus procedendi dei governanti.
Non è certo da Hamas che possiamo attenderci un aiuto per ristabilire lo Stato di diritto, bensì da chi, in Occidente, continua a credere nella democrazia liberale.
Essa deve essere difesa, se non vogliamo trovarci stretti tra due autoritarismi: l’uno nutrito di ideologia tradizionalista, l’altro ispirato alla legge islamica.
In qualche caso, come a Imperia, si assiste addirittura a un loro sincretismo, simbolicamente rappresentato dal “sindaco-presidente” incoronato con il copricapo degli imam.