Crisi istituzionale, separazione dei poteri e democrazia: analisi tra USA e Italia
Mentre si avvicina la guerra nel Medio Oriente, si moltiplicano i sintomi di un’uscita tanto degli Stati Uniti quanto dell’Italia dall’ambito degli Stati retti secondo i principi della democrazia rappresentativa.
Trump ha infine permesso che la sentenza della Corte Suprema fosse applicata e che cessasse, di conseguenza, l’esazione dei dazi sulle merci importate, ma nel contempo ha reiterato il decreto annullato in quanto illegittimo.
Alla fine, le merci importate saranno gravate come prima dai balzelli imposti dal Governo federale.
In pratica, dunque, la crisi istituzionale si è comunque aperta, dal momento che non viene sostanzialmente rispettata la competenza del potere giudiziario.
Il Presidente ha inoltre accusato di “tradimento” i giudici che gli hanno dato torto.
Nei regimi totalitari, e in particolare in quelli comunisti, esisteva – e tuttora esiste in alcuni casi, in particolare a Cuba – un “quarto potere”: quello attribuito al partito.
Qualificato dalla Costituzione come organo dello Stato e incaricato di valutare se ogni atto emanato nell’ambito della rispettiva competenza – dal potere legislativo, dal potere esecutivo e dal potere giudiziario – risulti o meno conforme alla cosiddetta “linea politica”.
La quale viene stabilita per l’appunto dal partito, che si considera di conseguenza sovrapposto agli altri poteri e ad essi gerarchicamente superiore.
Quando Trump rifiuta, in pratica, di eseguire una sentenza della Corte Suprema, il Presidente si arroga la facoltà di compiere esattamente quella valutazione che in alcuni sistemi costituzionali spetta al partito unico.
Con la differenza che i criteri stabiliti da tale soggetto – eretto a organo dello Stato – vengono enunciati solennemente e quindi sono conosciuti da tutti i cittadini.
Il criterio imposto da Trump varia invece secondo le sue inclinazioni, anzi secondo i suoi umori del momento.
Più che un sistema totalitario, il “tycoon” pare dunque voler restaurare l’assolutismo, nel quale il sovrano – essendo del tutto legibus solutus – poteva regolare in modo diverso due fattispecie uguali, in base soprattutto alla propria convenienza, facendo così venir meno completamente la cosiddetta “certezza del diritto”.
Chi non si adegua alla volontà di Trump si renderebbe inoltre colpevole del reato detto di “lesa maestà”, cioè di disobbedienza al potere assoluto, che includeva non a caso anche quanto sopravvive negli ordinamenti giuridici attuali come “alto tradimento”.
Non è casuale che il reato di “lesa maestà” sia stato abrogato negli Stati moderni, fondati sulla tripartizione dei poteri.
L’unico criterio cui si adeguano le decisioni del Presidente è costituito dalla sua personale ideologia, il che lo equipara al partito unico, laddove esiste ancora tale soggetto.
La Corea del Nord, essendo una dittatura personale, ispirata però al “marxismo-leninismo”, costituirebbe l’unico caso simile agli Stati Uniti di Trump.
La Meloni, come abbiamo già avuto modo di rilevare, va addirittura più in là del “tycoon”, il quale dissente da un particolare atto del potere giudiziario e, di conseguenza, non vi si adegua.
La Presidente del Consiglio contesta invece in toto e in linea di principio la facoltà, conferita al potere giudiziario, di valutare la legittimità degli atti emanati dal potere esecutivo.
Anche in questo caso, lo Stato pare avviato a divenire ideologico, in modo addirittura più dichiarato di quanto avviene in America.
La Signora della Garbatella ha asserito infatti che chi critica lo svolgimento delle Olimpiadi “sabota” lo Stato.
Se così è, la libertà di critica – e dunque la libertà di opinione – è da considerare abolita, anche se non è ancora definita una nuova fattispecie di reato con la relativa sanzione.
L’uso del termine “sabotare” non risulta inoltre casuale, volendo stabilire una sorta di nesso subliminale con quanti hanno per l’appunto sabotato le ferrovie.
Chi viceversa si limita civilmente a denunciare uno spreco ingiustificato di risorse pubbliche, sperperate per celebrare una “kermesse” del nuovo regime, esercita un proprio diritto, che però la Meloni – a quanto pare – gli nega, equiparandolo a quanti commettono per l’appunto dei reati.
Se la Presidente del Consiglio ha le prove di una nostra complicità nei sabotaggi delle ferrovie, ci denunci nella sede competente.
Se non ha queste prove, incorre nel reato di diffamazione.
Quanto emerge dalle sue espressioni è comunque per l’appunto una concezione totalitaria dello Stato.
Essendo le Olimpiadi una manifestazione dell’ideologia ufficiale, non è ammessa l’espressione di alcun dissenso.
Da tutto ciò risulta il diritto – e anzi il dovere – di opporsi a una simile deriva e di difendere la democrazia e lo Stato di diritto, i cui principi sono manifestamente negati dal Governo.
Noi continuiamo dunque a esprimere la nostra contrarietà, anche se lo facciamo naturalmente in modo non violento e nel più assoluto rispetto della legalità.
Ciò premesso, non siamo disposti ad aggregarci all’attuale opposizione.
Se il Governo nega i principi stessi dello Stato di diritto, essa nega a sua volta quelli del diritto internazionale, in particolare l’autodeterminazione quando viene esercitata dagli ebrei costituendo lo Stato di Israele.
Bernard-Henri Lévy ha denunciato su “La Stampa” di ieri non solo tale posizione, espressa dalla dottoressa Albanese, ma ha anche messo in luce come le amministrazioni comunali “di sinistra” abbiano premiato questa persona con la cittadinanza onoraria.
È vero che qualche sindaco ha tentato di equiparare le sofferenze patite dagli ostaggi israeliani con quelle inflitte agli abitanti di Gaza, ma la dottoressa Albanese lo ha subito zittito, essendo costei incaricata di stabilire la “linea del partito”, dalla quale naturalmente dissentiamo.
Che cosa succede quando l’Iran conduce la prossima guerra con lo scopo dichiarato di distruggere lo Stato di Israele?
Succede che il Partito Democratico non sceglie nemmeno la linea del “né aderire né sabotare”, ma si oppone in linea di principio alle scelte dello Stato, che deve rispettare le proprie alleanze stabilite dai trattati internazionali.
Poiché noi riconosciamo il diritto all’esistenza dello Stato di Israele, ci troviamo dunque nostro malgrado dalla stessa parte in cui si colloca un Governo di cui non condividiamo l’orientamento in politica interna, non su temi specifici, bensì sulla stessa concezione dello Stato.
Non rimane dunque che adempiere ai nostri doveri di cittadini, chiarendo però che non accettiamo la pretesa di approfittare della congiuntura internazionale, con le sue inevitabili ripercussioni interne, per proseguire nell’edificazione della “democratura”.
La politica interna e quella estera finiranno comunque per convergere.
Il processo di emancipazione dei popoli non coincide sempre con l’affermazione della democrazia rappresentativa.
L’Italia della Grande Guerra contribuì all’affermazione, anche in favore di altri popoli, del principio della sovranità popolare, benché in seguito cadesse nella dittatura.
Poiché però proseguì la tendenza all’emancipazione delle nazioni, la dittatura finì in seguito per cadere.
La guerra impone sempre di scegliere da che parte stare.
Se non siamo d’accordo con il Governo Meloni, in particolare per quanto riguarda la sua concezione dello Stato, non siamo però neanche d’accordo con chi sceglie come propri alleati, anzi come proprio modello, gli islamisti, fautori a loro volta di uno Stato confessionale, e soprattutto rinnova la vergogna dell’antisemitismo.