Medio Oriente, Israele e Nuovo Ordine Mondiale | Analisi Geopolitica
Per capire l’attuale congiuntura del Medio Oriente può risultare utile considerare quanto ha scritto recentemente una giornalista araba, il cui articolo viene riferito da “Radio Radicale”.
Le affermazioni contenute in questo scritto sono essenzialmente due.
In primo luogo, Israele non ha mai avuto nella zona, né conta di avere in futuro, alcun alleato o amico, salvo naturalmente quei soggetti che condividono pienamente i suoi obiettivi strategici.

In secondo luogo – e questo può sembrare paradossale, mentre lo stesso Israele e l’America sembrano sul punto di trascinare l’intero Occidente in una guerra contro l’Iran – si sta giocando attualmente quella che l’autrice del saggio definisce una “semifinale”.
La “finale”, che si disputerà in futuro, sarà contro la Turchia.

Quale obiettivo strategico di lungo termine Israele persegue fin dalla sua fondazione?

Si tratta né più né meno che del frazionamento dell’intera zona in nuove e più piccole entità statuali, corrispondenti ciascuna a un’etnia, a una religione o a una “setta”.
Con tale termine riteniamo si intendano designare le due grandi correnti, quella dei sunniti e quella degli sciiti, in cui si divide l’Islam.
Anche i cristiani – e in particolare quelli dell’Oriente – sono frazionati in una miriade di Chiese, ma risultano tanto pochi che nessuna di esse può aspirare a costituire un proprio Stato.
Per cui i nostri correligionari tendono ad allearsi con la cosiddetta “etnia dominante”.

I caldei dell’Iraq erano sostenitori di Saddam Hussein, cioè di un sunnita, mentre i cristiani della Siria si appoggiavano ad Assad, il quale viceversa era sciita.

In ambedue i casi puntando sul cavallo sbagliato.
Per cui gli uni hanno dovuto rifugiarsi nel Kurdistan, dove hanno trovato protezione anche gli yazidi, e gli altri possono soltanto sperare nella fuga verso l’Occidente.
I cristiani libanesi hanno ingaggiato una guerra civile, al termine della quale – pur non essendovi stato alcun vincitore strategico – il benessere della cosiddetta “Svizzera del Medio Oriente”, che essi avevano amministrato e di cui avevano goduto, è completamente svanito.

Per cui oggi la capitale dei maroniti non è più Beirut, bensì Parigi.
L’unica entità statuale che si è già resa di fatto indipendente dagli Stati costituiti dopo la Prima guerra mondiale dalle potenze dell’Intesa rimane il Kurdistan iracheno, non a caso protetto e assistito da Israele sul piano militare. Il Kurdistan siriano ha avuto viceversa vita effimera.
Ciò non significa però affatto che il disegno concepito dai fondatori di Israele sia fallito.
La guerra attualmente in corso vede infatti i sunniti nella condizione di alleati oggettivi dello Stato ebraico e dell’America.

Tanto Israele quanto i Paesi a maggioranza sunnita vedono infatti nel regime iraniano un pericolo per la propria sopravvivenza.
Per cui una sconfitta del regime di Teheran porterebbe inevitabilmente al frazionamento della Persia secondo linee etniche.
Questo è il destino che tocca sempre ai perdenti, a cominciare dall’Austria e dalla Turchia nel 1918.
I curdi iraniani, in particolare, esigerebbero l’indipendenza in cambio dell’apporto offerto agli Stati Uniti e a Israele.

Il quale, in un Medio Oriente frazionato, costituirebbe il soggetto di gran lunga più potente dal punto di vista tanto economico quanto soprattutto militare, ma anche quello munito di un’identità più forte e più coesa. Per cui assumerebbe la posizione di potenza egemone.

Si tratterebbe, se vogliamo, di un ruolo cosiddetto “sub-imperialista”. La Turchia diverrebbe però a sua volta il referente naturale dei sunniti, tanto per motivi storici – il sultano essendo stato capo di questa corrente religiosa fino alla caduta dell’Impero ottomano – quanto per la debolezza dei suoi due concorrenti.

L’Egitto, al tempo di Nasser, quando le ideologie ancora prevalevano sulle identità religiose, tentò di mettersi alla testa del nazionalismo panarabo, ma questa ambizione venne infranta con la guerra del 1967. E il “raìs” morì poco dopo: si dice di crepacuore.

L’Arabia Saudita è una potenza economica che non riesce però a trasferire in campo politico la propria influenza finanziaria. Rimane, per l’appunto, la Turchia, che ha di fatto annesso parte della Siria, proseguendo un’espansione iniziata con l’annessione del Sangiaccato di Alessandretta, ottenuta nel tempo del mandato francese, e poi con quella unilaterale di una striscia di territorio estesa su tutto il confine e profonda cento chilometri.

Per cui oggi, sul Golan, si fronteggiano gli israeliani e i turchi. Erdogan potrebbe però essere indirizzato verso una nuova espansione nei Balcani, rinunciando alle sue mire sul Medio Oriente. Il futuro dirà, e non è detto che la cosiddetta “finale” con Israele debba essere disputata.
Quanto conta viceversa nel momento attuale, per valutare le possibilità di affermazione del disegno dei dirigenti di Gerusalemme risalente allo stesso Ben Gurion, è la tenuta dell’alleanza con l’America di Trump.

Tra le molte domande che si pongono sulle cause del presente conflitto, la principale riguarda i motivi per cui il “tycoon” si è impegnato nella guerra. Circolano, come sempre, le fantasie sull’influenza della cosiddetta “lobby ebraica”, rappresentata alla Casa Bianca dal “primo genero d’America”, cioè Kushner.

Per quanto costui sia indubbiamente potente e geniale, non avrebbe potuto convincere il suocero se Trump non avesse scorto una coincidenza tra il disegno strategico perseguito da Israele e quello proprio dell’America, che in tanto può dominare l’Europa occidentale in quanto essa sia frazionata e per giunta esposta all’attuale crisi energetica.

Un primo passo in questa direzione fu l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione.
Non a caso, l’Inghilterra è stata la prima ad affiancare Trump, mettendogli a disposizione le proprie basi nella zona. La Francia, peraltro, ha rinnovato i fasti dell’“Entente Cordiale”, schierando in tutta fretta nel Mediterraneo orientale la portaerei “Charles de Gaulle”.

L’Italia verrà coinvolta – quando risulterà necessario – con un’adeguata “campagna per l’intervento”. I Mussolini e i D’Annunzio non mancano.
Né mancano gli organi di stampa, che tra il Quattordici e il Quindici dovettero essere acquistati.

A questo punto, però, Trump potrebbe atteggiarsi a nuovo “Sacro Romano Imperatore”, potendo già contare su un Papa americano e, per giunta, repubblicano.
In queste ore si può constatare come il presidente non si serva né dell’Unione Europea – che non si è nemmeno ancora riunita – né della stessa Alleanza Atlantica.
Il presidente può fare a meno degli strumenti diplomatici multilaterali posti al servizio della “partnership” tra le due sponde dell’Atlantico, negoziando separatamente con i singoli Stati.

Il mondo che si profila assomiglia a quello immaginato da Huntington, diviso in sfere di influenza coincidenti con quelle che l’autore chiamava “civiltà”, ma che si possono anche definire “identità”.

La Russia aspira a unificare l’ortodossia, la Cina ha le stesse mire per l’ambito confuciano e buddista, l’America per l’Occidente cristiano.

La funzione attribuita a Israele consisterebbe nel costituire una sorta di antemurale contrapposto all’espansione dell’Islam, ripetendo quella che fu propria dei Regni crociati.

Quanto alle “piccole patrie”, il loro riconoscimento dipenderà dall’adesione e dall’apporto recato da ciascuna di esse all’edificazione del nuovo sistema mondiale di egemonie e dalla loro capacità di inserirsi nelle alleanze regionali.

Il punto di riferimento della zona in cui noi ci troviamo è il Principe di Monaco, che non a caso sarà il primo Stato – dopo l’Italia – visitato dal nuovo Papa.

Alberto II è figlio di un’americana, che fu anche la prima principessa statunitense.
Prevost è addirittura il primo monarca europeo originario dell’America, e per giunta il più prestigioso. Il nostro “sindaco-presidente” – assoluto protagonista del Festival di Sanremo, insieme con tale Da Vinci (che non è parente del grande Leonardo) – è a sua volta discendente di Biancaneve e dei Sette Nani.

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Mario Castellano  03/03/2026
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