Lupi, dissenso e sistema di potere locale: analisi critica
Enrico Lupi avrebbe confidato “in camera caritatis” al suo mentore, Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo, di avere espresso voto contrario alla cosiddetta “Riforma delle Carriere”.

Si moltiplicano le possibili interpretazioni di un gesto – alludiamo naturalmente alla dichiarazione, risultando impossibile verificarne la veridicità – che risulterebbe veramente clamoroso.

È infatti come se il Papa facesse aperta professione di ateismo.

Può essere che il quattordici volte presidente abbia colto l’occasione per scuotere il giogo che lo mantiene assoggettato al “Bassotto”.

L’uomo di Dolcedo avrebbe agito, in tal caso, come una moglie vessata dalla gelosia morbosa di un marito sospettoso, che decide di vendicarsi tradendolo con l’idraulico o con l’elettricista.

Può darsi, viceversa, che il dissenso manifestato inopinatamente da Lupi trovi motivazioni più profonde, esprimendo piuttosto il disagio di una categoria, quella dei commercianti, che non può campare delle mirabolanti promesse di cui si nutre la propaganda del “Sindaco–Presidente”.

Il cui più recente atto di governo consiste in una raffica di licenze per altrettanti esercizi, che nelle intenzioni dovrebbero prosperare (?) sul famoso “Fronte Mare”.

I rispettivi titolari si trovano ora nella stessa situazione di quei grandi cuochi detti “pluriforchettati” che avevano investito nei ristoranti di lusso degli Emirati.

I quali si trovano improvvisamente privi tanto della clientela quanto degli ingredienti da cucinare.

Una delle conseguenze del blocco di Hormuz essendo costituita dal mancato arrivo delle cibarie nei Paesi del Golfo.

Che dovranno espellere tutti i residenti stranieri, non potendo più corrispondere gli stipendi né dare loro da mangiare.

Con la parziale differenza che chi doveva aprire un’attività a Imperia non ha – per sua fortuna – ancora sborsato del denaro.

Le licenze sono destinate a divenire comunque oggetti da collezione, come i titoli di Stato dell’Impero russo, che i bolscevichi non riconobbero fino a quando Gorbaciov decise di rimborsarli, beneficiando però gli antiquari anziché i risparmiatori.

Il “Bassotto” continua a vivere in una capsula del tempo.

Simile in ciò a Mata Hari, la quale non si era resa conto che la “Belle Époque” era finita con l’attentato di Sarajevo e continuava a manovrare tra gli “attaché” militari.

Con il risultato di essere fucilata.

Lupi non è da meno.

Insensibile al “grido di dolore” che da tante parti del mondo commerciale si leva verso di lui, ritiene di avere colto un nuovo importante successo essendo stato invitato a Montecarlo al “Galà delle Rose”.

La consumazione l’ha pagata naturalmente, al modico prezzo di mille euro, l’Unione delle Camere di Commercio.

La quale, come Babbo Natale, accontenta ogni suo desiderio.

L’uomo non è stato ammesso al tavolo del Principe, ma ha tuttavia ottenuto un buon premio di consolazione, essendo stato collocato a fianco di Sua Eccellenza l’ambasciatore d’Italia nel piccolo Stato.

Un altro importante successo è costituito dalla nomina a console onorario dell’Ungheria, terra di origine di alcune sue antiche amanti.

La targa del corpo consolare non lo esime dalle multe per sosta vietata, ma rende inaccessibile alla Guardia di Finanza il suo ufficio.

Sempre che intenda costituirlo, al di fuori di quelli già teatro delle sue urla, siti rispettivamente presso la Camera di Commercio e presso l’Unione in via Matteotti.

Quali affari egli intenda celare alle occhiute “Fiamme Gialle” non è dato sapere, dal momento che l’emporio di via Parini è chiuso ormai da tempo immemorabile.

Il prestigioso incarico diplomatico è stato mediato da Salvini, il che spiega la presenza del nostro al funerale di Bossi.

Un’altra possibile lettura dell’atto di grave disobbedienza ai danni del “Sindaco–Presidente” potrebbe essere costituita da un effettivo dissenso.

In tal caso si aprirebbe una crepa preoccupante nel monolitico sistema di potere “bassotto”.

Su che cosa divergerebbero due personaggi che abbiamo definito i “Dioscuri di Imperia”?

Questa è la classica domanda da un milione di dollari.

Se si trattasse di quelle che nel linguaggio marxista d’antan venivano classificate come “contraddizioni primarie” – da non confondere con le “secondarie” – ciò significherebbe l’apertura di una crisi di regime.

Paradossalmente, il regime può trovarsi in crisi più facilmente a Roma che a Imperia.

Altra cosa sono infatti gli equilibri politici a livello nazionale, altra cosa quelli instaurati nelle province.

Il “Sindaco–Presidente” dichiara che il voto del capoluogo non lo riguarda.

Ed ha purtroppo ragione, in quanto il suo sistema di potere non è cittadino, bensì esteso da Cervo a Ponte San Luigi.

L’allora diciottenne Francesco Giuseppe, essendo insorta nel 1848 anche Vienna, si rifugiò in un castello del Tirolo.

I cui sudditi erano i più incondizionatamente fedeli agli Asburgo.

Essi erano anzi “più realisti del re”: quando nel 1810 l’allora imperatore si era accordato con Napoleone, cui aveva consegnato perfino la propria figlia, Andreas Hofer era insorto contro i francesi.

Se una comunque improbabile rivolta a Roma mettesse in pericolo il governo Meloni, la presidente del Consiglio troverebbe sicuro rifugio dalle nostre parti.

Dove il potere del suo satrapo, o vassallo, è incondizionato.

Come dimostra il fatto che i sindaci e vice sindaci di “sinistra” – come quelli di Sanremo e di Vallecrosia – si dimostrano più ossequienti dei cittadini di Imperia.

Memori delle vessazioni subite da Oneglio.

Il quale non può, viceversa, misurare con la “rotella centimetrata” i dehors di Sanremo e Ventimiglia.

Questo ci fornisce un altro metro di lettura dell’asserita disobbedienza di Lupi.

Il quale avrebbe messo in atto quel comportamento che l’ambasciatore di Germania a Roma, von Bülow, evocava quando qualcuno metteva in dubbio la fedeltà dell’Italia alla Triplice Alleanza.

“Un marito – disse il diplomatico – non è geloso se sua moglie fa un giro di valzer con un altro uomo”.

Lupi avrebbe dunque compiuto un banale “giro di valzer”, senza incrinare la propria fedeltà.

Che viene, viceversa, mantenuta nel modo più ferreo da tutta la coorte (o corte, con una sola “o”) degli staliniani arruolati dal “Sindaco–Presidente”.

Se la “sinistra” nazionale non è in grado di usare il proprio successo per mettere seriamente in discussione l’egemonia della parte politica opposta, che cosa potrebbero fare i beneficiati dalla “Riviera Trasporti”, dal Ricovero e dai “Granatini”?

Il panorama che si prospetta per l’Italia – come per gli altri Paesi dell’Europa occidentale – per effetto della crisi energetica è contraddistinto da una riaffermazione del principio “cuius regio, eius religio”.

Il potere “bassotto” sarà tanto più forte quanto meno si farà sentire l’autorità del governo centrale.

Che può certamente instaurare misure restrittive delle libertà anche personali, ma è costretto a delegarne l’imposizione a chi è preposto alle diverse satrapie locali.

Se la mancanza di combustibile non permette l’arrivo né della farina né dei gendarmi, Roma si trova infatti priva tanto della carota quanto del bastone.

Può essere che alla fine venga un “assalto ai forni” come quello descritto dal Manzoni.

I cui effetti però si farebbero sentire soltanto a livello locale.

Il procuratore Lari ha vinto il referendum.

Ce ne compiaciamo e gli facciamo i complimenti.

Questo magistrato continua tuttavia, ciò malgrado – ed anzi a maggior ragione – ad essere preso a bersaglio da un potere, quello esercitato sull’ente locale, che non dovrebbe avere voce in materia giurisdizionale.

Il potere giudiziario risulta infatti effettivo se viene supportato dalle forze di polizia.

L’atteggiamento del “Sindaco–Presidente” – in apparenza temerario – si spiega dunque con l’indebolimento oggettivo del potere centrale.

Il quale certamente deve fare i conti con diversi “Stati nello Stato”.

Se c’è un Paese dove questi soggetti abbondano – e risultano forti – è indubbiamente l’Italia: basti pensare alla mafia.

Viene però sempre il momento in cui gli Stati nello Stato vengono repressi oppure si trasformano – quanto meno di fatto – in autentici Stati.

Questo momento, nella nostra provincia, è già arrivato, e i primi a rendersene conto sono stati i dirigenti della sedicente “opposizione”.

I quali non si rivolgono al “Nazareno”, bensì al Municipio.

E se costoro vengono premiati con una presidenza a testa, Lupi ne riceve ben quattordici.

Non a caso il suo malessere più frequente è l’indigestione.

Il futuro del nostro feudo è dunque legato alla capacità di governarlo che verrà dimostrata dal suo vassallo in tempi di carestia.

Una volta, i suoi predecessori si rinchiudevano nei loro castelli, in cui accoglievano la popolazione, avendo accumulato le derrate necessarie per sfamarla.

Andremo dunque tutti a mangiare gli asparagi a Gorleri?

Il servizio d’ordine, un tempo svolto dai “pallanuotisti”, ce ne terrebbe a distanza.

Non rimane dunque che la “Charitas” diocesana.

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Mario Castellano  26/03/2026
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