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Risultati per “Corea del Nord”

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Se l’indicazione che risulta implicitamente dall’annuncio del “Vertice” tra Putin e Trump in Alaska verrà confermata – come fa prevedere la convocazione di una riunione preparatoria tra le parti, da celebrare in Inghilterra – ciò vorrà dire che si prospetta per l’Ucraina una soluzione di tipo “coreano”: che è l’unica possibile, salvo la deprecata ipotesi di un allargamento del conflitto. L’Occidente preferisce logicamente evitarlo, per concentrarsi sul Medio Oriente ed, in prospettiva, su Formosa. È vero che Trump ha parlato di “scambi” di territori, ma una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, risulta molto improbabile un ritiro degli opposti eserciti dalle posizioni che hanno raggiunto, o che hanno mantenuto. L’unico caso in cui ciò non avvenne fu la Croazia, dove gli Occidentali imposero ai Serbi di ripiegare sulla linea di confine tra le repubbliche ex jugoslave. In questo caso, però, esisteva un soggetto terzo in grado di imporre il rispetto del proprio arbitrato. Nel caso della Russia, in tanto si può ottenere una cessazione degli scontri in quanto precisamente si accetta il principio che i confini – in questo caso tra le repubbliche ex sovietiche – possono essere ridisegnati, quanto meno de facto, rispettando il criterio dell’appartenenza linguistica. La conseguente “pulizia etnica” si è peraltro già consumata: chi non era russofono ha infatti dovuto abbandonare i territori invasi. Se poi la loro annessione rimarrà de facto, ovvero troverà un riconoscimento de jure, diviene a questo punto una questione irrilevante. Putin ottiene il riconoscimento del suo rinnovato ruolo di grande potenza, quanto meno regionale, e l’Ucraina – in cambio di amputazioni territoriali già consumate e comunque irreversibili – consegue una protezione occidentale sulla sua residua sovranità. Quanto soprattutto trova conferma è il riconoscimento dell’aspetto più rilevante della politica di potenza, che si estrinseca nell’uso della forza militare: ciascuno si appropria di tutto quanto gli appartiene in base al mero rapporto di forze. Vedi il caso di Israele, che assume il controllo militare di tutta la Striscia di Gaza, riservandosi di definire lo “status” giuridico che lo garantisca meglio: probabilmente un’amministrazione affidata ai Paesi Arabi. Che da una parte lasciano mano libera a Netanyahu nei riguardi dei Palestinesi, e dall’altra approfittano della sua protezione contro le ambizioni egemoniche dell’Iran. Quanto risulta morto e sepolto è il cosiddetto “internazionalismo”, cioè una prassi politica che costituiva il corollario della vecchia prevalenza delle ideologie. “Il Secolo XIX”, compiacendosi perché i manifestanti di Genova hanno bloccato nel porto un cannone destinato a Israele, pubblica impietosamente la fotografia dello sparuto gruppo di persone che sono riuscite nell’impresa. Le quali sono così poche che non sarebbero riuscite a bloccare neanche la corsa di un autobus del servizio urbano. Evidentemente, il Governo ha deciso sua sponte una sorta di embargo – che altri Paesi dell’Europa Occidentale hanno da parte loro proclamato formalmente – nei confronti di Israele. L’affinità ideologica tra diversi soggetti internazionali non condiziona però più neanche in minima misura le loro scelte. L’Arabia Saudita è da tempo un alleato oggettivo di Gerusalemme (sempre che non siano già in vigore degli accordi riservati), pur essendo uno Stato confessionale islamico, dove per giunta Israele non figura sulle mappe dei testi scolastici. Trump non si può considerare certamente un sostenitore della funzione messianica attribuita a Mosca in quanto “Terza Roma”, tanto più da quando – per la prima volta nella Storia – un suo concittadino occupa il Soglio di Pietro, e deve di conseguenza difendere le prerogative della “Prima Roma”. Il “Tycoon” non esita però a riconoscere come valide – almeno in parte – le pretese accampate dal nuovo imperatore di Russia. Il fondamento ideologico del potere vale tuttora però in politica interna, costituendo il fondamento dell’autorità esercitata tanto dalle dittature quanto dalle cosiddette “democrature”. Che hanno tutte in comune l’affermazione di una particolare identità. Se non vi sono dubbi sull’esistenza di quella propria della Russia, l’identità italiana costituisce – lo ripetiamo ancora una volta – un’invenzione intellettuale ed un’imposizione ideologica. Che fu tuttavia propria a suo tempo tanto dell’Italia liberale, dopo la sua costituzione in seguito al cosiddetto Risorgimento, quanto – in misura ancor maggiore – dell’Italia fascista. A partire dalla Liberazione prevalse – insieme con l’affermazione delle ideologie di cui erano assertori tanto i democristiani quanto i comunisti e i socialisti – per l’appunto l’internazionalismo. Le forze politiche dominanti la Prima Repubblica vissero tutte di rendita sulle cause proprie di altri Paesi: al sostegno offerto dai democristiani agli insorti ungheresi e ai cattolici polacchi faceva riscontro la mobilitazione della sinistra in favore del Vietnam. In verità, ai dirigenti dell’una e dell’altra parte non importava granché di tutte queste vicende, che venivano strumentalizzate o per sostenere l’adesione ad un sistema di alleanze, o viceversa per avversarlo. Ora la Meloni deve far dimenticare agli alleati europei dell’Italia le proprie radici ideologiche. Le vicende di tutti gli altri Paesi del continente dimostrano infatti che in essi vale pur sempre la conventio ad excludendum nei confronti dell’estrema destra. Così è stato – almeno fino ad ora – in Francia, in Spagna, in Germania e in Austria. In Italia, però, questa parte politica ha segnato una espansione elettorale inarrestabile, e la destra “moderata” ha scelto di accodarsi. Mettendo in pericolo la regola – fondamentale nelle democrazie rappresentative – della reversibilità delle maggioranze. La Meloni non ha infatti perso l’occasione per ripetere quanto già riuscito ai vari Putin, Erdogan, Modi e compagnia. Abbiamo udito questa mattina su Radio Radicale un giurista affermare che si è applicato il metodo detto “della cottura della rana”: se lo si getta nell’acqua bollente, il batrace salta fuori dalla pentola; se invece lo si mette nell’acqua fredda, l’aumento progressivo del calore lo stordisce, finendo per cucinarlo. Non fu però questo il metodo seguito da Mussolini, che instaurò progressivamente il regime in un arco di tempo che va dal 1922 al 1929. La differenza consiste soltanto che Mussolini, alla fine, lo dichiarò, mentre la Meloni nega la sua stessa esistenza. Se è così, però, non si vede per quale motivo la Presidente del Consiglio sottolinei con insistenza la discontinuità del suo Governo rispetto a tutta la vicenda storica precedente, cui attribuisce il carattere di una degenerazione, mentre a partire dal suo avvento si assisterebbe – secondo lei – a una rinascita. Ricordiamo bene quando, recandoci a Nizza, ammonivamo i nostri interlocutori francesi sul rischio costituito dall’avere il Terzo Mondo – inteso soprattutto come affermazione di una cultura politica estranea alla tradizione liberale e democratica europea – a Ponte San Luigi, cioè a trenta chilometri dagli eleganti dehors della Promenade su cui consumano tranquillamente ostriche e champagne. La Meloni è però riuscita a farsi percepire come un fattore di stabilizzazione. Se gli italiani non possono più praticare l’alternanza al governo, e se viene loro imposta una legislazione autoritaria, il Paese è tuttavia apparentemente tranquillo. Ecco dunque che i dirigenti di Parigi, di Bruxelles e della stessa Nizza sussumono tutti questi aspetti inquietanti della nostra situazione, ed anzi offrono alle Autorità di Roma un sostanziale sostegno. La recente visita di una delegazione delle Alpi Marittime a Imperia – a parte i risvolti gastronomici, che hanno messo nel giusto risalto l’opera del nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo – ha segnato l’accettazione da parte francese di tutto quanto reclamato dal “Bassotto”: anche a nome e per conto della Signora della Garbatella.

…e in Inghilterra – ciò vorrà dire che si prospetta per l’Ucraina una soluzione di tipo “coreano”: che è l’unica possibile, salvo la deprecata ipotesi di un allargamento del conflitto. L’Occidente preferisce logicamente evitarlo, per concentrarsi sul Medio Orie…

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Tutti quanti ci domandiamo se ci sarà una guerra tra il Nord ed il Sud del mondo. La Chiesa è stata la prima, con la sua lungimiranza, a porsi tale quesito, ed avendo scorto un pericolo incombente - che risulta tale, beninteso, in termini storici - ha addirittura anticipato la successione nella propria guida, eleggendo un Papa venuto per l'appunto "dalla fine del mondo". Questa espressione non fu coniata da Bergoglio, il quale la riprese da San Francesco Saverio, tra i primi ad accorgersi che il destino del mondo si sarebbe deciso fuori dall'Europa.

…ipato la successione nella propria guida, eleggendo un Papa venuto per l'appunto "dalla fine del mondo". Questa espressione non fu coniata da Bergoglio, il quale la riprese da San Francesco Saverio, tra i primi ad accorgersi che il destino del mondo si sarebbe…

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Tra i molti contenziosi tra gli Stati Uniti d’America e l’allora Unione Sovietica, lasciati aperti dalla “Guerra Fredda”, c’era anche quello riguardante il Nicaragua.

…xisti – leninisti avendo letto qualche opuscolo di propaganda diffuso dall’Ambasciata della Corea del Nord (Paese prodigo anche nella fornitura di armi) – bensì del fatto che i “Consiglieri Militari” inviati da Mosca avessero attrezzato una base atta a ricever…

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Nel suo articolo pubblicato ieri su La Stampa di Torino, Massimo Cacciari constata lucidamente – anticipando i risultati del “Vertice” di Anchorage – il modo in cui la guerra in Ucraina si avvia sostanzialmente a concludersi. Quanto ci attende, in sostanza, è il cosiddetto “decoupling” dell’Europa dalla Russia, o meglio dalla parte orientale del nostro continente. Se è vero che gli avvenimenti successivi alla caduta del Muro di Berlino hanno permesso di includere molti Paesi dell’Est tanto nell’Unione Europea quanto nell’Alleanza Atlantica, è altrettanto vero che non solo permane la contrapposizione tra la “Prima” e la “Terza Roma”, ma soprattutto si manifesta l’impossibilità di saldare in una nuova unità le due parti del continente. Ciò faceva parte tanto dei piani concepiti dai nostri grandi dirigenti del dopoguerra quanto, soprattutto, dei grandi Papi. In particolare Giovanni Paolo II, senza dimenticare che già Paolo VI – incontrando a Gerusalemme il Patriarca Atenagora – mostrava di ritenere imprescindibile la prospettiva della riconciliazione tra la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente. Laddove – annota Cacciari – il Concilio Vaticano II “poneva la complementarietà, oggi si erge una muraglia cinese”. Se è vero che il vertice tra Putin e Trump si è concluso con un accordo tanto solido quanto inconfessabile, in base al quale l’America riconosce in prospettiva alla Russia l’estensione della sua egemonia sull’intera Ucraina – mentre gli “esperti” si domandavano quanti territori sarebbero stati attribuiti alla sovranità de facto di Mosca – è altresì vero che l’innalzamento di una nuova “Cortina di Ferro” (o di una nuova Muraglia Cinese, come la definisce Cacciari) sul suo confine orientale mette l’Europa nell’impossibilità di divenire “una potenza economica globale, né dal punto di vista demografico, né per le risorse energetiche disponibili, né sotto il profilo economico, produttivo, tecnologico”. L’Europa occidentale si riduce dunque a costituire un avamposto isolato, o meglio contrapposto, simile alla fortezza del Deserto dei Tartari rispetto al suo entroterra euroasiatico. Con la prospettiva di rinchiudersi in una dimensione ristretta e asfittica. Di chi è la colpa di questa situazione? La “vulgata” più diffusa tra gli analisti la attribuisce a Putin, il quale indubbiamente ha voluto affermare le ragioni del suo Paese – deciso a riconquistare tanto la propria integrità territoriale quanto lo status di grande potenza – mediante una violazione del Diritto Internazionale. Solo Putin – si domanda Cacciari – è dunque l’Anticristo? “Piace crederlo? Bene, lasciamolo credere.” Il professore pone allora la questione delle responsabilità dell’Occidente, che non ha voluto fermare la propria espansione militare verso Est, suscitando nella Russia l’atavica paura delle invasioni: prima quella svedese, poi quella napoleonica e infine quella nazista. Quel che conta, però – a prescindere dall’attribuzione delle responsabilità – è che l’Europa ha perduto la sua grande occasione storica. Il nostro continente, “una volta caduto il socialismo reale, avrebbe finalmente potuto essere Occidente ed Eurasia insieme: speranza crollata”. Non oggi, quando Trump abbandona al suo destino l’Ucraina, senza riconoscere espressamente che questo è il risultato del vertice con Putin. Un esito tanto più inconfessabile in quanto contraccambiato con le concessioni sullo sfruttamento dell’Artico. Lenin disse che i “capitalisti” avrebbero venduto ai “bolscevichi” persino “la corda per impiccarli”. Putin, che si atteggia a fedele ortodosso, è in realtà – tra tutti i suoi successori – il più fedele all’insegnamento di Vladimiro Il’ič Ul’janov. Con una strana eterogenesi dei fini, la Russia si espande non già per respingere un’invasione, né semplicemente per estendere il territorio incluso nei propri confini militari, quanto piuttosto nel nome di un’ideologia. Che non è più, naturalmente, quella socialista, ma piuttosto il pensiero panslavista e panortodosso: il pensiero, cioè, che sostiene la sua identità nazionale. Proprio per questo, l’Europa occidentale non deve temere un’ulteriore espansione verso Ovest che – quand’anche risultasse possibile – finirebbe per contaminare, appunto, l’identità della Russia. Ciò nondimeno, l’erezione di un confine impenetrabile a Est ci rinchiude in una visione difensiva e ristretta della nostra identità cristiana occidentale. Cacciari aveva già indovinato – durante la Vacatio Sedis – l’esito del Conclave, intuendo il disegno di un Papato, o meglio di un Cattolicesimo, che l’ex sindaco definiva “carolingio”. Ora il professore ha intravisto con qualche ora di anticipo l’esito del vertice di Anchorage, che risultava prevedibile tenendo conto della situazione internazionale. Trump si preoccupa soltanto del tornaconto economico, che già lo ha spinto a rinnegare la “solidarietà occidentale”. L’Europa, naturalmente, protesta ad alta voce, ma si compiace per non dover aggiungere al danno derivante dai dazi la spesa necessaria per comprare in America le armi da destinare all’Ucraina. Ammesso che il tycoon sia ancora disposto a venderle. Per arricchirlo, basta la vendita delle materie prime energetiche, senza le quali andremo a piedi e passeremo l’inverno al freddo. Putin ha vinto su tutta la linea: avendo ritrovato lo status di grande potenza e accingendosi a restaurare l’unità del “Mondo Russo”, umiliando per giunta l’Europa occidentale, che non poteva avventurarsi in Ucraina con le proprie truppe senza l’apporto americano e soprattutto senza rischiare una guerra mondiale. Ora dovremo tuttavia continuare a fare a meno del nostro migliore fornitore di gas. Risulta evidente la contraddizione tra i nostri proclami altisonanti, in difesa del Diritto Internazionale e della causa della libertà dei popoli, e la convenienza di mantenere un relativo benessere, comunque declinante e soprattutto non supportato da una nostra forza militare, politica ed economica. L’Europa occidentale assomiglia sempre più al Basso Impero Romano.

… Stampa di Torino, Massimo Cacciari constata lucidamente – anticipando i risultati del “Vertice” di Anchorage – il modo in cui la guerra in Ucraina si avvia sostanzialmente a concludersi. Quanto ci attende, in sostanza, è il cosiddetto “decoupling” dell’Europa…

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La scelta dei papi da parte della Chiesa cattolica – come anche, secondo alcuni, l’individuazione del momento in cui si rende matura e necessaria la successione sul soglio di Pietro – rivela sovente una capacità di prevedere il futuro. Da ciò deriva tanto un aggiornamento dei criteri con cui viene governata la “barca di Pietro”, quanto la tendenza ad assecondare certi mutamenti nell’assetto internazionale. Quando venne eletto Giovanni Paolo II, nessuno – salvo chi aveva una conoscenza diretta e approfondita della realtà dell’Europa orientale – poteva immaginare il crollo del sistema comunista. Che, in effetti, rimase apparentemente immutato ancora per un decennio, nel corso del quale non mancò chi giunse a prendersi gioco del Pontefice. Il quale, secondo costoro, si era rivelato non soltanto un illuso, ma anche un ingannatore, avendo coinvolto molte altre persone nella propria convinzione. Poi venne il crollo del Muro di Berlino. In altri casi, l’elezione del papa avviene quando la crisi è ormai imminente. Come abbiamo ricordato molte volte, fu così nel 1914 e poi nel 1939. Ci è venuto spontaneo, nel maggio scorso, associare a queste date l’avvento di Leone XIV, il quale ha assunto in effetti la guida della Chiesa poco prima che scoppiasse un’altra guerra in Medio Oriente, rendendo sempre più evidente che l’Occidente deve affrontare la tendenza espansiva propria dell’Islam. Non certo per bandire una nuova crociata, come fece Urbano II a Clermont nel 1095, ma rafforzando l’identità cristiana. Nessuno prevedeva però l’imminente dissoluzione dell’Occidente quale entità politica. Cioè quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo mese di luglio, quasi senza dare a Leone XIV il tempo necessario per familiarizzarsi con il suo nuovo incarico. Aveva visto giusto Massimo Cacciari quando intravedeva la tendenza – che l’ex sindaco attribuiva al settore anglosassone della Chiesa, e cioè alla sua componente nordamericana – a perseguire un progetto che egli definiva “carolingio”. Cioè a compattare una sorta di nucleo forte del cristianesimo, incentrato su quelle terre – e su quei popoli – che avevano costituito per l’appunto il Sacro Romano Impero. Questa entità ebbe precisamente in Carlo Magno il suo fondatore, ma non avrebbe potuto definirsi né come “sacro”, né tanto meno come “romano”, senza la solenne incoronazione del suo sovrano, che avvenne in San Pietro la notte di Natale dell’anno 800. Chi aveva concepito il disegno storico di cui questo atto costituì la manifestazione visibile dai popoli cristiani del nostro continente? Carlo Magno fu certamente un grande della storia, ma le sue ambizioni si sarebbero concretizzate soltanto nella costituzione di un regno, sia pure esteso su entrambe le rive del Reno, se non fosse stato per l’appunto beneficiato dal gesto del papa. Lasciamo agli storici la risposta alla domanda su quale tra le due autorità – quella spirituale e quella temporale – abbia deciso di promuovere questa alleanza e questa unione. Se consideriamo l’attualità, vediamo come il papa sia rimasto – a causa del conflitto irreversibile scoppiato tra le due parti dell’Occidente – l’unica autorità la cui estensione comprende ambedue gli ambiti territoriali che lo compongono: quello europeo e quello nordamericano. Il fatto che il Pontefice provenga dagli Stati Uniti riveste un significato ulteriore: la Chiesa non vuole che la deriva presa dalla sponda occidentale dell’Atlantico possa giungere a rescindere il legame spirituale con la sua sponda orientale. Trump può litigare con l’Unione Europea fino al punto di causarne l’irrilevanza, ma non potrà mai opporsi al connazionale installato in Vaticano. Non soltanto per motivi connessi con gli equilibri politici interni agli Stati Uniti, ma soprattutto perché non può negare l’appartenenza del suo Paese all’ambito giudaico-cristiano. Il presidente non ha infatti mai messo in discussione l’appoggio a Israele, che costituisce – insieme con il Vaticano – l’altro punto di riferimento spirituale dell’America. Gerusalemme e Roma rimangono le capitali la cui autorità – nell’ambito religioso – continua a essere riconosciuta. Se l’America può muovere guerra contro l’Europa, contando sulla propria autosufficienza energetica e alimentare, nel nostro continente si apre un vuoto di potere dalle conseguenze imprevedibili. L’Europa non può naturalmente gettarsi nelle braccia dell’Islam, della Russia o della Cina, in quanto perderebbe la propria stessa identità. Essa peraltro non dispone né delle risorse materiali, né degli strumenti politici che le permettano di difendersi. Le manca però soprattutto la volontà necessaria. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli abitanti del nostro continente presero semplicemente atto – sia pure con soddisfazione – della volontà dell’America di farsi carico di questa necessità. Ora essi si trovano nella condizione di chi è rimasto improvvisamente orfano, o è stato abbandonato. Nel qual caso sopravvive soltanto chi ha già sviluppato una volontà propria, che a sua volta può esistere quando si è coscienti della propria identità. Quanti l’hanno definita in termini di dipendenza dall’America – i cosiddetti “oltranzisti atlantici” – sono improvvisamente ammutoliti. Tacciono, a maggior ragione, quanti devono la loro carriera agli americani, come è la signora Meloni, la quale si limita a dire che bisogna trattare sui dazi. Che cosa facciamo, però, se non riusciamo a convincere Trump ad abbassarli? Tra chi ha scelto di essere la “quinta colonna” dei nemici dell’Occidente, e dunque vede nella sua divisione l’occasione propizia per attendere l’arrivo dei musulmani, dei russi o dei cinesi, e chi viceversa crede soltanto nella dipendenza dallo Zio Sam, manca una terza opzione, che diviene oggi l’unica praticabile, ed è quella rappresentata dagli autentici patrioti europei, che non immaginano il continente come un’entità ostile agli altri grandi soggetti della politica internazionale, ma potrebbero cogliere l’occasione per rivendicarne l’indipendenza. È già successo altrove che i dominatori lasciassero all’improvviso un Paese fino a quel momento sottoposto a loro, e dunque in sostanza governato dall’esterno. A questo punto, i sudditi hanno dovuto provvedere a sé stessi. Certamente, la fase che si è aperta con i famosi “dazi al trenta per cento” sarà caratterizzata dalla confusione politica e dalle tentazioni autoritarie derivanti da una situazione sociale disastrosa, che tuttavia ci fornisce l’occasione per governarci come vogliamo, e soprattutto per riscoprire e affermare la nostra identità. Nei giorni scorsi, l’arcivescovo di Monaco di Baviera – che è un monaco benedettino – ha ricordato l’attualità della “Regola”, redatta dal fondatore nel V secolo, nel momento, cioè, in cui cadeva l’Impero romano ed iniziava il Medioevo. Questo documento si presta a molte e diverse chiavi di lettura. Se però lo consideriamo come una sorta di atto costitutivo dell’Europa, lo si deve al fatto che esso fornisce un metodo per governare la povertà, traendone certamente spunto per l’arricchimento spirituale, come anche per la solidarietà nella ripartizione delle risorse, che costituì allora, e può costituire oggi, il fondamento per una ricostruzione su nuove basi della società. Il papa rimane oggi l’unica autorità riconosciuta da tutto l’Occidente, ma soprattutto in grado di ispirare la costruzione dell’Europa unita. I burocrati di Bruxelles hanno fallito in questo compito, in quanto non si sono mai curati di definire l’identità del continente, credendo viceversa di poter costruire la sua unità contando soltanto sulla crescita economica. Costoro si trovano oggi completamente spiazzati, perché anche questo presunto fondamento è venuto a mancare. Non esiste però un soggetto politico in grado di corrispondere, nella sfera temporale, al disegno delineato e alla funzione assunta dal papa, che attende invano l’arrivo di un nuovo Carlo Magno, calato su Roma per ricevere l’incoronazione. Pio XII rimase l’unica autorità effettiva sopravvissuta nell’Italia del 1943. Pacelli non ne approfittò per ricostituire il potere temporale, limitandosi a influenzare fortemente gli indirizzi dello Stato nel dopoguerra. Oggi il papa si trova in una situazione analoga rispetto all’Europa. Il nostro continente non uscirà dalla sua crisi restaurando il Sacro Romano Impero, cioè attraverso la consacrazione dell’autorità civile. Occorre però sacralizzare la responsabilità che l’esercizio di questa autorità inevitabilmente comporta. Non si deve costituire né una teocrazia, né uno Stato confessionale, ma è inevitabile che la fede torni a ispirare l’esercizio del potere.

La scelta dei papi da parte della Chiesa cattolica – come anche, secondo alcuni, l’individuazione del momento in cui si rende matura e necessaria la successione sul soglio di Pietro – rivela sovente una capacità di prevedere il futuro. Da ciò deriva tanto un a…

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America Latina e Stati Uniti: la conquista culturale del Sud

… Beccaris – la Schlein ripete l’errore indicando a sua volta come ideale il regime instaurato a Gaza da Hamas, dove il reato è costituito dall’omosessualità, sanzionata addirittura con la pena capitale. Ora si piange sul destino della dittatura instaurata da F…

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La violenza è nuovamente esplosa nell'Irlanda del Nord. La cosiddetta "isola di smeraldo" costituisce una sorta di barometro o di termomentro dell'Europa Occidentale, di cui segnala le burrasche o le malattie. Che sono entrambe fenomeni stagionali.

…e, nel dodicesimo secolo. La differenza di religione sarebbe stata una conseguenza dello scisma anglicano, ma la differenza tra le due nazioni era in origine etnica, essendo sopravvissuta in Irlanda l'identità celtica dopo l'invasione degli anglosassoni, avven…

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Pertinenza 38
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La decisione del tribunale amministrativo della Sicilia con cui è stata disposta la sospensione dell’esecuzione dell’atto emanato dal “governatore” Musumeci ed impugnato dal governo nazionale, che ordinava il trasferimento per motivi di profilassi dei migranti attualmente ospitati nell’isola verso strutture situate in altre Regioni, crea un problema giuridico di ardua soluzione: o lo si accetta come un cambiamento irreparabile nell’orientamento della giurisprudenza, tale che la futura attività giurisdizionale debba necessariamente conformarsi con esso, oppure il tribunale ha inteso disporre un trattamento eccezionale di favore nei confronti del governo.

…dicato un articolo a questo caso, rilevando la contraddizione nell’atteggiamento dell’esecutivo, che in un primo momento aveva affermato di considerare nullo l’atto emanato da Musumeci, in quanto esso avrebbe disposto al di fuori della competenza complessiva d…

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Pertinenza 34
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Due notizie, apparentemente non in relazione tra loro e provenienti per giunta da Paesi lontani l’uno dall’altro, concorrono a rilevare la tendenza alla frantumazione degli Stati Nazionali. La Signora Proietti, “Governatrice” dell’Umbria, ha accettato di buon grado l’inclusione della sua Regione nella grande “Zona Economica Speciale”, comprendente già tutto quanto il Meridione d’Italia e le Isole, alla quale sono riservati notevoli benefici fiscali, tali da indurre molte imprese del Settentrione a collocarvi le rispettive sedi legali. I Deputati Democratici delle Marche hanno invece espresso contrarietà a tale misura, regalando così un argomento al candidato della Destra alla Presidenza della Regione, il quale potrà attribuire alla “Sinistra” la responsabilità della crisi economica che affligge una Regione un tempo piena di piccole fabbriche, ed oggi cosparsa di capannoni vuoti. Un Partito che si rispetti esamina la questione nei competenti organi nazionali, in modo da esprimere una valutazione univoca. Si ripete dunque quanto avvenuto a Roma, dove il Sindaco Gualtieri ha collaborato alla stesura del Disegno di Legge con cui verrà emendata la Costituzione. E per giunta se ne vanta, potendo esibire di fronte ai Quiriti un aumento delle competenze attribuite al Comune, nonché dei fondi che egli stesso sarà chiamato a spendere quale capo dell’Amministrazione di “Roma Capitale”. Noi siamo sempre stati a favore di un incremento delle autonomie locali, che però – a nostro modesto avviso – dovrebbero essere estese tutte quante, anche se non necessariamente nella stessa misura. Il sistema costituzionale spagnolo ha retto fino ad ora alle tendenze centrifughe proprio in quanto venne configurato secondo una “geometria variabile”, tenendo conto delle diverse caratteristiche – culturali, storiche e sociali – delle diverse “Autonomie”. Così vengono denominate nel Paese iberico i soggetti corrispondenti alle nostre Regioni. Il Re Juan Carlos usava regolarmente, nei suoi discorsi ufficiali, l’espressione “Confederazione Spagnola”, volendo con questo sottolineare come il potere di imperio proprio di tali enti fosse tanto originario quanto quello attribuito all’Autorità Centrale. La Costituzione della Baviera – per dare un altro esempio – afferma nel suo primo articolo che “la Baviera è uno Stato”. Essendo la Germania per l’appunto una Repubblica federale, tale caratteristica è implicita nella sua stessa qualificazione giuridica, e non avrebbe dunque bisogno di essere resa esplicita. La sottomissione di Monaco a Berlino nel 1871 diede luogo a una umiliazione che i Bavaresi non hanno mai dimenticato, e che alimenta tuttora le loro tendenze autonomistiche, se non indipendentiste. La lettera di adesione al “Primo Reich” venne spedita da Bismarck al Re Luigi II, la cui condizione era notoriamente indebolita dalla malattia mentale, che lo avrebbe in seguito portato alla deposizione, e poi a una morte misteriosa, probabilmente dovuta a un “omicidio di Stato”. Il sovrano dovette restituire il documento dopo averlo firmato, come se fosse stato un modulo distribuito dall’Amministrazione Pubblica. La cosiddetta “Autonomia Differenziata”, tanto pubblicizzata dalla Lega, è una finzione sul piano sostanziale, ed è una truffa dal punto di vista del Diritto. Si tratta di una finzione in quanto non vengono garantiti dallo Stato i mezzi finanziari necessari per l’esercizio delle nuove competenze che si finge di attribuire alle Regioni. Si tratta di una truffa perché il loro esercizio – mancando una assegnazione esplicita da parte della Costituzione – mette il Governo nella condizione di richiedere l’annullamento degli atti, tanto legislativi quanto amministrativi, emanati in base alla asserita “Riforma” dalle Regioni. La dimostrazione “a contrario” di quanto da noi sostenuto al riguardo viene proprio dall’emendamento costituzionale che istituisce “Roma Capitale” quale nuovo ente pubblico territoriale. Le sue nuove attribuzioni risulteranno infatti da una modifica della Legge Suprema, che è mancata quando si è varata la cosiddetta “Autonomia Differenziata”. Se Gualtieri fosse un sincero fautore del decentramento, rivendicherebbe lo stesso trattamento riservato a Roma quanto meno anche per le altre “Città Metropolitane”. La logica in cui si muove l’inquilino del Campidoglio – come anche la “Governatrice” dell’Umbria – è invece quella del “Si salvi chi può”, che induce ad afferrare quanto passa il convento, senza preoccuparsi dei connazionali. Eppure il Partito Democratico, in cui milita Gualtieri (il quale vi è pervenuto con la componente ex comunista), aveva gridato a suo tempo al tradimento della solidarietà – e perfino dell’Unità – nazionale quando era entrata in vigore la pseudo “Riforma” voluta da Calderoli. Il quale è un ottimo medico, ma dimostra di ignorare completamente il Diritto Costituzionale. Le competenze delle Regioni sono infatti indicate tassativamente nella Costituzione, che non può essere emendata mediante una Legge Ordinaria. Quando invece si è voluto effettivamente accrescere la competenza di “Roma Capitale”, si è promosso il suo emendamento, in base al quale la Capitale godrà di uno “status” giuridico privilegiato, comparabile con quello delle Regioni a Statuto Speciale, che infatti viene loro concesso mediante una Legge Costituzionale. In America, il Congresso del Texas ha ridisegnato i collegi elettorali in cui si eleggono i membri della Camera dei Rappresentanti da mandare a Washington, in modo da garantire ai Repubblicani cinque seggi in più. La California ha risposto con un analogo provvedimento, che a sua volta permetterà di aumentare in egual misura la rappresentanza dei Democratici. Lo Stato laico per antonomasia, cioè la Federazione Nordamericana, applica – sia pure trasferendolo dalla discriminante confessionale all’appartenenza politica – il principio “Cuius regio, eius religio”. Da tempo, si registra negli Stati Uniti il fenomeno di una migrazione interna, che porta i militanti dei due partiti a trasferirsi dove è maggioritario quello cui essi appartengono. In Italia assistiamo viceversa a una più disinvolta acquisizione alla fazione egemone di quanti provengono da una origine ideologica diversa, ma con il loro cambio di casacca garantiscono l’omogeneità della rappresentanza politica di un determinato territorio. Gualtieri si è probabilmente garantito la rielezione, dato che – in cambio del suo interessamento per facilitare l’approvazione in Parlamento della nuova norma – la Destra gli opporrà il classico “candidato debole”. Ciò è già peraltro avvenuto in occasione del suo primo mandato, quando scese in campo contro di lui il meloniano Michetti, un personaggio da fescennino espresso dal “Movimento Tradizionale Romano”. Si tratta di un pittoresco raggruppamento di estrema destra, i cui adepti si riuniscono vestendo la toga e consumano i loro banchetti adagiati sul triclinio. Costoro non si esprimono peraltro in latino, dato che – a causa della loro insufficiente scolarizzazione – non sanno neanche declinare “Rosa rosae”. Quando costui arrivò in ritardo a un dibattito televisivo, venne accusato di avere parcheggiato la biga in terza fila. Ad Imperia, l’arruolamento dei rappresentanti della “Sinistra” nelle fila della Maggioranza si giustifica nel nome del ripudio del “Revisionismo”. Se in Spagna Juan Carlos era chiamato il “Re dei Repubblicani”, avendoli riabilitati per garantire il loro appoggio alla Corona, Scajola è il “Sindaco degli Staliniani”, di cui il “Bassotto” propizia ultimamente la “conversione” costringendoli ad ascoltare la catechesi impartita dal fido De Via. Il cui verbo, esposto recentemente in occasione di una solenne riunione conviviale, celebrata in un rinomato ristorante di Nava, ha svolto per due autorevoli esponenti dell’Opposizione la stessa funzione della caduta sulla via di Damasco occorsa a San Paolo, al punto che si è gridato al miracolo. Abbiamo cortesemente rifiutato un invito a presenziare all’evento, che ci è stato porto dal nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo. Appartenendo al Giansenismo ed al “Modernismo”, non ci siamo mai recati in visita ad alcun Santuario: né Lourdes, né Fatima, né Loreto, né San Giovanni Rotondo. Non ci è stato dunque possibile assistere all’evento prodigioso, cui preferiamo dare, come già detto, una spiegazione razionale: “Cuius regio, eius religio”.

…endenza alla frantumazione degli Stati Nazionali. La Signora Proietti, “Governatrice” dell’Umbria, ha accettato di buon grado l’inclusione della sua Regione nella grande “Zona Economica Speciale”, comprendente già tutto quanto il Meridione d’Italia e le Isole,…

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L’Inghilterra è l’unico Paese occidentale in cui non esistono i Vigili Urbani. Per un motivo ben preciso: le funzioni di polizia giudiziaria, di ordine pubblico e perfino di polizia amministrativa non possono essere esercitate da nessun soggetto diverso dallo Stato. Questa particolarità della Gran Bretagna ci è venuta in mente osservando, questa mattina di buon’ora, la consueta colossale operazione volta alla ricerca, all’identificazione e all’annientamento degli utenti abusivi del trasporto pubblico. In cui però, questa volta, erano impegnati insieme ai solerti ispettori della "R.T." – moltiplicati di numero man mano che i conducenti non possono più superare l’esame di revisione della patente “E pubblica”, venendo di conseguenza sbarcati come i “marittimi” privi del libretto di navigazione – anche gli agenti e le agenti della “Vigile”. Cioè dipendenti di un soggetto di diritto privato. I quali non possono svolgere nessuna funzione di polizia amministrativa, né tanto meno di polizia giudiziaria, salvo incorrere nel reato di usurpazione di funzione pubblica. Siamo dunque giunti al punto in cui la cariocinesi dello Stato porta alla costituzione di milizie private. Esattamente come nell’Alto Medioevo. Il “Bassotto” agisce dunque come il mitico Arduino di Ivrea, che – nella dissoluzione dei regni barbarici – ne costituì uno proprio. Intanto, a Roma, la Meloni – assenti i colleghi francese, inglese e tedesco – ospita la Conferenza Internazionale per la Ricostruzione dell’Ucraina. Raccontavano Gianni e Susanna Agnelli di come il loro nonno – il mitico senatore Giovanni Agnelli – si fosse recato a Roma, nel fatidico giugno del 1940, per scongiurare Mussolini a non entrare in guerra. Il senatore tornò felice a Torino, avendo ricevuto dal “Duce” le più ampie rassicurazioni al riguardo. Poche ore dopo, Mussolini annunciò l’ingresso dell’Italia nel conflitto. Cui la Confindustria si opponeva – come anche la Casa Reale, il Vaticano ed una parte dello stesso Partito Fascista – per il semplice motivo che la distruzione delle fabbriche (l’aviazione non era più quella dei tempi di Francesco Baracca) avrebbe danneggiato i suoi interessi, senza essere compensata dalle commesse di guerra. Ora, invece, centinaia di “cummenda”, capi di altrettante piccole fabbriche (non solo lombarde), gongolano vedendosi promettere contratti con lo Stato italiano (quello ucraino non ha il becco di un quattrino), contribuendo per l’appunto alla “ricostruzione”. Che, in primo luogo, avviene dopo la guerra – ben lungi dall’essere finita – e, in secondo luogo, è realizzata dai vincitori. Vedi il caso della Siria, dove Erdoğan, essendo intervenuto per il tramite del cittadino turco Giulani, se l’è aggiudicata, facendola per giunta pagare dai sauditi. È vero che gli attuali “sciur Brambilla” hanno in comune con i loro antenati del 1915 il fatto di non poter essere bombardati (almeno per il momento), ma intanto andremo a ricostruire Kiev soltanto quando si sarà raggiunta un’improbabile e comunque remota pace vittoriosa. Per arrivare a questo obiettivo, ci vuole però una guerra mondiale. Durante la quale nessun obiettivo in Italia, ed in tutto l’Occidente, sarà al sicuro. Se dunque i “padroncini” italici si aggrappano a questa speranza quale “Ultima Dea”, ciò significa che sono tutti quanti dei disperati questuanti alla ricerca di qualche commessa pubblica per sopravvivere. Nel mondo sono in corso attualmente due guerre, una delle quali si combatte per l’appunto in Ucraina, e l’altra in Medio Oriente. L’una vede contrapporsi l’Est e l’Ovest del mondo, l’altra il Nord e il Sud. A ben vedere, però, questa distinzione risulta labile. La Russia fa infatti parte dei cosiddetti BRICS, cioè del cartello che riunisce i Paesi del meridione, mentre nell’altro conflitto si confrontano l’Oriente islamico e l’Occidente, essendo Israele l’avanguardia della civiltà giudaico-cristiana. La Meloni compie una scelta di campo. Se però i valori in gioco sono tanto elevati e importanti, la Presidente del Consiglio dovrebbe invocarli a fondamento di una causa nazionale. Quale venne concepita a suo tempo quella dell’Italia nel 1915-1918, quando, in effetti, un’adesione popolare permise la vittoria. Se la Meloni ritiene invece – e lo proclama apertamente – che siano in gioco soltanto le elemosine di qualche futura ed incerta commessa pubblica (per il momento stiamo soltanto ricostruendo la cattedrale di Odessa, dove sono all’opera i pur bravissimi esperti dell’Istituto Centrale del Restauro), risulta poco probabile che la Signora della Garbatella mobiliti gli italiani. Non avendo il necessario prestigio, e soprattutto considerando la guerra come l’occasione per regolare i conti con i propri competitori, a colpi di “Decreti Sicurezza”, grazie ai quali finiremo per chiederle il permesso perfino per andare ad orinare. Se vogliamo considerare l’aiuto a due Paesi aggrediti, in violazione del diritto internazionale, come una causa di tutti gli italiani, non possiamo affidarci a una persona che rappresenta soltanto l’estrema destra, e che tenta di raggranellare intorno al governo il consenso di qualche speculatore e di qualche brasseur d’affaires. I quali gremiscono la platea di Roma in qualità di “compagnia dell’applauso”. Avendo a che fare con i veri imprenditori come gli imbucati del Forte di Ventimiglia, accorsi per applaudire un economista che annunciava loro la fine della libertà di intrapresa. Di questo obiettivo, la destra ha sempre accusato la sinistra, malgrado i “comunisti” abbiano sempre affidato il governo dell’economia ai tecnici della Banca d’Italia. Analogamente, la destra si opponeva alla costituzione delle Regioni perché questi enti – essendo competenti in materia di “polizia urbana e rurale” – avrebbero armato un’armata rossa pronta a marciare dall’Emilia e dalla Toscana su Roma. Ora la destra non usa neanche più la polizia regionale, e si affida alle milizie private, i cui componenti vengono assunti senza ricorrere alla fictio juris costituita dalla celebrazione di un concorso. Nella “Vigile” si viene infatti assunti per chiamata diretta. Proprio come nel Comitato Olimpico. Dei “pallanuotisti”, però, non c’è più bisogno.

…sono essere esercitate da nessun soggetto diverso dallo Stato. Questa particolarità della Gran Bretagna ci è venuta in mente osservando, questa mattina di buon’ora, la consueta colossale operazione volta alla ricerca, all’identificazione e all’annientamento de…

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Si è svolto a Roma l’ennesimo Convegno di Studi dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini, che abbiamo potuto in parte ascoltare su Radio Radicale. La ricerca sulla figura del grande intellettuale friulano è inesauribile. Non solo in quanto operò in campi molto diversi, ma soprattutto perché oggi più che mai si rivela l’attualità e la visione anticipatrice espressa nella sua opera. Quel che più stupisce è che gli studiosi – pur agendo con scopi ben più nobili rispetto all’aggiudicazione all’una o all’altra parte politica dell’eredità spirituale di Pasolini – si accapigliano per stabilire se egli fosse “di Destra” o “di Sinistra”. In realtà, come tutti i grandi uomini, egli superò già in vita i confini tra queste due appartenenze. Essendo soprattutto cosciente – trattandosi di un uomo radicale nelle sue scelte e nelle sue prese di posizione, ma mai fazioso né intollerante – di come il disastro che riteneva inevitabile avrebbe travolto tutti. Viene in mente, ripensando alla sua unica intervista televisiva, in cui disse di credere nel progresso, ma di non credere nello sviluppo, e soprattutto – aggiunse – “in questo tipo di sviluppo”, il Leopardi diffidente delle “magnifiche sorti e progressive”. Ci fu certamente un settore clericale che si dedicò a demonizzare Pasolini, denunciandolo come blasfemo. Quale in realtà egli fu, in molte delle sue opere cinematografiche, non essendo però certamente motivato dalla volgarità. Né tantomeno dalla volontà di perseguire una notorietà a buon mercato – o peggio un guadagno materiale – quanto perché Pasolini, volendo animare il dibattito sulle idee, era volutamente provocatorio. Laddove, come nell’attività di opinionista – che costituisce indubbiamente la parte migliore del suo lascito culturale – non risultava necessario impattare il pubblico, cioè per l’appunto épater les bourgeois, per indurre a una riflessione (sempre che non fosse fuorviato dalla repulsione piccolo-borghese nei riguardi dello scandalo), le idee di Pasolini hanno manifestato col trascorrere del tempo la loro sconvolgente attualità. Quando si usciva dalla polemica contingente con i censori, mossi tanto da un perbenismo retrogrado quanto da un’insuperabile incapacità di comprensione, le critiche mosse a Pasolini “da Sinistra” rivelavano un ritardo e un’ottusità in fondo ben più gravi di quelle manifestate dalla Destra cattolica. Se Pasolini si schierò con il Partito Comunista, fu in quanto vedeva in questa aggregazione politica l’unico soggetto in grado – se avesse voluto, e se ne fosse stato capace – di organizzare una resistenza delle masse popolari all’omologazione. Questa fu la ragione profonda per la quale Pasolini si schierava all’Opposizione. Si veda, al riguardo, quanto egli scrisse nel famoso articolo detto “delle lucciole”, che costituisce, se non un testamento spirituale, quanto meno un epitaffio per sé stesso. Dobbiamo però domandarci – a nostro modesto avviso – chi in realtà, al di là delle polemiche contingenti, contrastava le idee di Pasolini. Se riusciamo a dare una risposta spassionata e corretta a questo fondamentale quesito, ci accorgiamo che il regista di Casarsa non vedeva una sostanziale differenza di responsabilità, tra i diversi soggetti politici, per la tendenza presa dalla società italiana. Certamente la televisione di Stato – superata però in seguito di molte lunghezze da quella privata, di cui Pasolini non vide la devastazione spirituale indotta nel popolo soltanto perché morì a tempo – aveva svolto un ruolo determinante nel distruggere la cultura popolare italiana. E con essa la nostra identità. O meglio: le nostre identità. Che Pasolini andava inseguendo dove ancora sopravvivevano. Spostando la sua ambientazione dall’estremo Nord, in cui era nato e dove si era formato intellettualmente (le sue prime prove letterarie furono non a caso in lingua regionale), verso il Meridione. I personaggi di Pasolini si espressero dapprima in romanesco, poi in napoletano. Il regista uscì infine dall’ambito italiano, e andò a girare uno dei suoi film nello Yemen. Non essendo attratto da un esotico commerciale da cartolina, bensì perché la cultura popolare vi sopravviveva. E con essa un’identità che è rimasta irriducibile all’omologazione. Se Pasolini fosse ancora vivo, dialogherebbe probabilmente con quegli intellettuali occidentali che sono divenuti musulmani. Non in quanto condividerebbe la loro conversione religiosa, ma perché vedrebbe nella loro scelta un tentativo di resistere all’omologazione. Il Partito Comunista – anche se solo in alcuni momenti e su alcuni temi specifici i suoi rappresentanti ufficiali nel campo della cultura polemizzarono apertamente con Pasolini – non comprese tuttavia quali fossero i motivi profondi per cui l’essere il grande regista un suo “compagno di strada” sussumesse in realtà un disaccordo di fondo. Che non fu mai chiarito. Il Partito – per dirlo brutalmente – era pienamente disposto ad accettare senza alcuna remora l’omologazione, cioè la perdita di ogni identità, pur di essere cooptato nel sistema di potere che già aveva instaurato questa tendenza. Ci fu un momento in cui il dissenso tra Pasolini e i comunisti affiorò, e fu quando il regista si schierò dalla parte degli agenti di polizia che si erano scontrati con gli studenti a Valle Giulia. Non perché gli uni fossero “figli del popolo” e gli altri espressione di una borghesia – quella rappresentata dal cosiddetto “generone” romano – che non era stata neanche in grado di produrre in termini meramente economici, vivendo da parassita ai margini del potere. Se questa fosse stata la motivazione della scelta di Pasolini, avrebbe avuto ragione chi lo accusava, sia pure opportunisticamente, di essere un demagogo. Cosa che l’intellettuale friulano non fu assolutamente mai. Pasolini vedeva negli agenti meridionali dei soggetti che ancora avevano un’identità. Che avrebbero perduto anch’essi, proprio in quanto nessun soggetto politico si preoccupava di difenderla. C’è un’altra presa di posizione di Pasolini che rivela la sua consapevolezza: quella relativa alla scelta dei comunisti di difendere – dapprima prevalentemente, e poi esclusivamente – i diritti individuali. L’uomo arrivò non a caso ad opporsi alla libertà di abortire. Sacrificando, anzi sussumendo completamente, i diritti sociali e collettivi. Prendendo le parti degli omosessuali, anziché dei disoccupati, non si sarebbe comunque evitato il disastro. Quanto meno, però, si sarebbe mantenuto l’unico strumento di cui ancora il popolo disponeva per difendere la propria identità. Che consiste precisamente nella solidarietà collettiva. Per capire quanto le ragioni profonde di Pasolini non consistessero in un’epidermica – benché comprensibile – antipatia nei confronti dei borghesi “de Sinistra” (cui l’uomo preferiva giustamente i sottoproletari delle borgate), quanto piuttosto in una corretta individuazione del soggetto antagonista, basta vedere che fine hanno fatto gli studenti di Valle Giulia. Privi com’erano fin dall’inizio di un’identità culturale – vorremmo dire spirituale – hanno finito per non averne neanche una politica. La Schlein è la loro rappresentante più appropriata, dato che non si pone nessuna domanda di carattere filosofico, bensì solo quella inerente al colore degli abiti. Se Pasolini fosse vivo, la segretaria non chiederebbe lumi a lui, preferendogli la “consulente cromatica”. Un’ultima notazione vorremmo dedicarla al fatto che Pasolini – il quale non era un credente – vedesse nella religione, o meglio nella religiosità popolare, l’unico antidoto all’omologazione destinato a sopravvivere. Il suo Cristo, cui è dedicato il migliore dei film che ha prodotto, venne liquidato dalla Destra come la rappresentazione di un agitatore politico. Malgrado Pasolini non avesse scelto nessuna delle pagine del Vangelo che avrebbero potuto supportare una simile visione. Gesù è viceversa rappresentato precisamente come colui che oppone la sostanza – necessariamente identitaria – della Fede alla sua degenerazione formalistica. Oggi tanto la cosiddetta “Destra” quanto la cosiddetta “Sinistra” non trovano più una loro base. L’aggregazione politica, essendo precisamente fondata su un’identità che entrambe hanno contribuito a distruggere. Rimane il problema di ricostruirla. Nessuno, per ora, sembra porselo, ma dovrà partire necessariamente da qui la ricostruzione di un equilibrio che si è perduto.

… che abbiamo potuto in parte ascoltare su Radio Radicale. La ricerca sulla figura del grande intellettuale friulano è inesauribile. Non solo in quanto operò in campi molto diversi, ma soprattutto perché oggi più che mai si rivela l’attualità e la visione antic…

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La Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato, in vista del Primo Maggio, un documento di analisi della situazione sociale italiana: che - pur basandosi su statistiche ufficiali, ottimisticamente corrette dal Governo - esibisce un quadro disastroso, fatto di disoccupazione, precariato, perdita del potere di acquisto dei salari ed accresciuto divario tra Nord e Sud.

La Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato, in vista del Primo Maggio, un documento di analisi della situazione sociale italiana: che - pur basandosi su statistiche ufficiali, ottimisticamente corrette dal Governo - esibisce un quadro disastroso, fatto di…

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Pochi, anche tra gli appassionati del calcio, conoscono il motivo per cui la Gran Bretagna – diversamente da tutti gli altri paesi – ha ben quattro squadre nazionali, rappresentanti rispettivamente l’Inghilterra, la Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord.

…le, questa divisione, tuttavia, rimase. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, si inventarono delle discipline, come il “baseball” e il “football” detto per l’appunto “americano”, che si disputavano in origine soltanto nell’ambito di questo paese. Anche nello sp…

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Trump, Cina e il declino dell’Occidente

L’aneddotica su Trump si è arricchita – come era prevedibile, data l’indole dell’uomo – per effetto del suo viaggio in Cina, analogamente a quanto già avvenuto in occasione delle precedenti visite all’estero. Macron, reduce da un pranzo con il collega degli St…

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Decreto Sicurezza, avvocati e crisi dello Stato: analisi critica

Se l’obiettivo perseguito era attrarre l’attenzione del pubblico su argomenti del tutto diversi, al fine di distrarlo dall’imminenza di un aumento dei prezzi tale da ridurre molta gente alla fame, la diffusione delle informazioni sul caso della Minetti ha prod…

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La notizia del giorno viene, come sempre, dal Sindaco di Imperia.

…erfino Putin a far uccidere il proprio cuoco. Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo dovrebbe dunque fare attenzione. Con la famiglia Kim, gli Scajola condividono il carattere ereditario del potere. Il nordcoreano ha portato in Cina il figlio tredicenne, già…

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Se ci rammarichiamo per il fatto che un grande giurista quale è il professor Gustavo Zagrebelsky, uomo di assoluta onestà intelettuale, non si pronunzi su un tema decisivo come il carattere di atti amministrativi proprio dei decreti del Presidente del Consiglio, per cui essi risultano nulli, quandoi si pretende di attribuire ad essi la qualifica di atti di tipo legislativo, l'intervento dell'ex presidente della Corte Costituzionale su "La Repubblica" del 30 aprile fornisce un importante argomento alla battaglia in difesa dello stato di diritto.

…le pubblico. A questo punto, si potrà ascoltare soltanto l'espressione della verità ufficiale, proclamata da Conte e dal suo partito: la cui democrazia interna è pari a quella del suo omologo della Corea del Nord.

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