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Risultati per “Ministero della Scienza e dell'Educazione Russo”

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Lo Stato italiano assomiglia a quegli abitanti delle metropoli del Terzo Mondo che ogni mattina, al risveglio, devono inventarsi qualcosa per sbarcare il lunario. Essendo naturalmente privi di una fonte di entrate regolare, sono dediti dunque ai cosiddetti “lavori irregolari”: per cui si affannano intorno ai semafori, intenti a vendere giornali, bibite e generi alimentari. Nel giro di pochi giorni, i leghisti hanno dapprima annunciato un aumento dei pedaggi autostradali, per poi smentirlo nel giro di poche ore. Pretendendo per giunta che i cittadini fossero grati per aver loro evitato una maggiore spesa. Deliberata, guarda caso, proprio dai seguaci di Salvini. Un altro ex separatista, cioè Giorgetti, ha parlato davanti alla platea degli assicuratori, incaricandoli di redigere essi stessi la nuova legge regolatrice della loro attività. L’esecutivo rinuncia dunque a mediare tra gli interessi degli erogatori del servizio e i suoi utenti: i venditori di polizze avendogli conferito il proprio suffragio. Il ministro ha però lamentato che i titolari di agenzie di assicurazioni, dovendo indirizzare i clienti verso investimenti che preservino e possibilmente incrementino i loro risparmi, consiglino l’acquisto di buoni del tesoro tedeschi. Ritenendoli naturalmente più sicuri di quelli italiani. Se gli assicurati faranno rientrare in patria il proprio denaro, comprando viceversa dei titoli del tesoro nazionale, il governo chiuderà in cambio tutti e due gli occhi sulle loro evasioni fiscali. Un altro esponente dell’esecutivo ha infine prospettato che l’iscrizione alla mutua malattie sia considerata obbligatoria e a pagamento. Poiché però molti cittadini non sono in grado di sopportare questa spesa, verrà piuttosto istituito un onere. A chi sarà portato in ospedale – anche se in stato di incoscienza – verrà chiesto di esibire la polizza di assicurazione contro le malattie. Come avviene negli Stati Uniti d’America. Qualora non la possegga, gli verranno rifiutate le cure. I poveri disgraziati continueranno di conseguenza a non pagare, condannandosi a morte qualora si ammalino. I più ricchi preferiranno invece contrarre un’assicurazione privata, che permetterà loro di essere curati nelle cliniche di lusso. Non si calcola né l’aumento di prezzo delle merci trasportate “su ruota”, né il danno sociale – che ha logicamente il suo costo economico – derivante dall’aumento delle morbilità: per non parlare delle conseguenze causate dalle malattie sulle attività lavorative. L’importante è trovare quattro soldi per tirare a campare. Facendo fronte alla spesa corrente. Vale a dire mantenendo l’esercito composto dai dipendenti dello Stato e degli altri enti pubblici, nonché dai pensionati detti “di lusso”. Cui si deve aggiungere la truppa di complemento composta dai finti liberi professionisti che in realtà sono tali solo formalmente. In quanto lavorano soltanto per le amministrazioni pubbliche. Come i solerti avvocati cui si rivolge il nostro sindaco quando sta per intraprendere una manovra spericolata, e si tutela con un “parere” che naturalmente attesta in anticipo la liceità e la legittimità del suo operato. Non essendo però vincolante per l’autorità giudiziaria. Un altro espediente consiste nel destinare alla spesa corrente i fondi elargiti dall’Unione Europea per altri fini. I gerarchi di Bruxelles si sono però tutelati da tale abuso, facendo sottoscrivere a tutti gli Stati membri dell’Unione un trattato che riconosce la competenza della Procura Europea per i reati di cui l’Unione risulta parte lesa. Sarà dunque difficile fermare l’azione penale già promossa contro il nostro sindaco. Il fatto che ciò sia avvenuto all’insaputa della persona riguardata non è influente. L’indagato viene infatti avvertito quando si compie il primo adempimento processuale che richiede la partecipazione sua o dei suoi difensori. Il primo cittadino passò alla storia quando gli venne regalato un immobile “a sua insaputa”. Le donazioni di tali beni esigono l’accettazione di chi le riceve, che deve esprimerla mediante un atto notarile. L’inconsapevolezza di quanto avvenuto non era dunque sostenibile. Dulcis in fundo, le cronache ci informano che i componenti del Consiglio di Amministrazione della “Rivieracqua” richiedono un aumento dei loro emolumenti, tale da equipararli agli omologhi delle società a capitale privato. Malgrado la norma di legge che stabilisce un “tetto” per tali compensi. I poveri utenti penseranno naturalmente che gli aumenti delle tariffe non vengano impiegati per tappare i buchi nei tubi dell’acquedotto, bensì per ingrassare questi signori. L’ingresso di soci privati fu salutato come un evento foriero di nuovi investimenti, che però non si sono mai visti. In realtà, questa operazione avvenne in parallelo con un’altra, cioè la trasformazione in azioni dei crediti vantati dal Comune di Imperia nei confronti della vecchia azienda erogatrice. Lo stesso trattamento non venne però disposto per gli altri comuni, anch’essi creditori. I quali videro invece azzerato il proprio credito. Sommando le azioni di cui è titolare il Comune di Imperia e quelle acquistate dai privati, provenienti dal lontano Molise, la maggioranza assoluta nell’assemblea dei soci fu così garantita alla componente “bassotta”. Che procederà ora all’aumento dei compensi pagati ai propri e agli altrui rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione. Rischiando tutt’al più delle osservazioni da parte della Corte dei Conti. Tale organo può rifiutare la registrazione di un atto emanato da un ente pubblico. Esso non può viceversa impedire che produca i suoi effetti giuridici un atto compiuto da un soggetto di diritto privato. Rimane soltanto la possibilità che la magistratura inquirente rilevi in tale comportamento un profilo penale. Se un privato entra nella gestione di un servizio pubblico, si sente inevitabilmente puzza di bruciato. L’erogazione di tali servizi non deve infatti essere finalizzata a realizzare un guadagno. Come è invece perfettamente lecito e naturale nelle normali attività imprenditoriali. Naturalmente, gli amministratori devono evitare il dissesto dei soggetti erogatori. Se però essi sono motivati a entrare nel “business” dalla ricerca di un profitto, finiscono o per trascurare la quantità e la qualità delle prestazioni, o addirittura per cadere nell’illecito, pur di realizzare un guadagno. La vicenda di “Rivieracqua” conferma puntualmente questa regola. Peccato che non se ne siano accorti i rappresentanti dell’opposizione, espressi dai comuni amministrati dalla sinistra. La quale dovrebbe tutelare gli interessi dei cosiddetti “ceti popolari”. Cui però non appartengono i rappresentanti della grande proprietà edilizia, né gli altrettanto grandi commercialisti. I quali detengono la “leadership” di tale parte politica in sede locale.

…ti alla platea degli assicuratori, incaricandoli di redigere essi stessi la nuova legge regolatrice della loro attività. L’esecutivo rinuncia dunque a mediare tra gli interessi degli erogatori del servizio e i suoi utenti: i venditori di polizze avendogli conf…

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Il giovane frate, partito dalla nostra città dopo avervi esercitato il suo ministero nel clero secolare, è ora assegnato ad un convento che fa parte integrante di una prestigiosa università, cui presta non soltanto l’assistenza spirituale per docenti e discenti, ma anche il collegamento con l’ambito delle scienze religiose.

… meno di una ispirazione collettiva, rapportata con la fede nella trascendenza. Il discorso prende le mosse dall’imminenza della solennità di San Domenico di Guzman, che nella nostra città di adozione viene festeggiata in tutto il tempo che intercorre dal prim…

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Il Presidente Lupi, quando non si dedica a fare il verso agli animali selvatici, riesce ancora a dire delle cose sensate. Nel corso della presentazione, ambientata – ça va sans dire – in un frantoio, dell’iniziativa denominata “Riviera dei Sapori”, l’uomo ha pronunciato per ben due volte la parola “identità”. L’estensore dei suoi discorsi – sul quale aleggia un impenetrabile mistero – ha fatto riferimento per due volte a tale concetto, la cui iterazione esclude un lapsus calami. Citiamo testualmente, come si fa nel corso delle Omelie per le Sacre Scritture: “Le eccellenze agroalimentari (…) costituiscono patrimonio culturale e IDENTITARIO della Riviera dei Fiori”. Ancora più esplicito risulta il bon mot posto a conclusione del discorso – di cui curiosamente il resoconto giornalistico tace se sia stato coronato da una ovazione del pubblico presente: “Abbiamo il dovere di valorizzare immobili storici e aziende locali che raccontano la nostra IDENTITÀ.” A questo punto, ci si sarebbe atteso un applauso scrosciante. O è mancato, oppure è stato tenuto nascosto dal solerte cronista che ci ha informati dell’evento. I deputati democristiani avevano l’abitudine di pubblicare, in forma di opuscolo, i loro discorsi parlamentari per far sapere agli elettori che non avevano oziato nell’Urbe. L’unica eccezione era costituita dall’onorevole Ambrogio Viale, il quale, tacendo ostinatamente – al punto da essere soprannominato “l’onorevole Muto” – riuscì a risparmiare anche questa spesa. Il testo concludeva immancabilmente con un breve corsivo, che diceva: “Applausi al Centro”. Lupi, uomo notoriamente avaro, evita – pur pronunciandoli – di pubblicare i suoi discorsi, benché possa addebitarne la stampa alla Unioncamere. A diffondere il Verbo del quattordici volte Presidente ci pensano i giornalisti. I tedeschi, avendo eletto un presidente federale – tale Gustav Heinemann – che aveva due lauree, lo chiamavano “Doctor Doctor Heinemann”. Se Lupi fosse in Germania, i connazionali dovrebbero ripetere per ben quattordici volte “Präsident” Lupi. Perché il Nostro si è riferito per due volte all’identità? Viene il sospetto malizioso che l’estensore del discorso ci abbia scopiazzato. Se così non è, la sua mancanza di cautela sfiora la temerità. Parlare di identità davanti a un parterre des rois in cui figuravano ben due “Bassotti” – lo Zio e il Nipote, un leghista e un altro soggetto destrorso, tale Lombardi, di cui ignoriamo la corretta classificazione zoologica – è come inneggiare alla Rivoluzione alla Corte di Nicola II. Lupi può sperare soltanto, dopo questo atto di ostentata disobbedienza, nell’inconsapevolezza dell’uditorio. Se fosse stato composto soltanto da Piana, non dovrebbe preoccuparsi. Costui, essendo un analfabeta funzionale, deve farsi tradurre tutto quanto viene proferito in sua presenza. Una volta, ci invitò a parlare della società multiculturale. Dopo che l’avevamo descritta come ineluttabile, venne perfino a congratularsi. Il pubblico, essendo composto da soggetti centralisti, non si è verosimilmente accorto di come l’esaltazione delle peculiarità culturali – sia pure limitandosi alla materia apparentemente innocua dell’enogastronomia – manifesti un atteggiamento di opposizione al potere. Lupi, però, una volta preso coraggio – la sua intraprendenza è tanto proverbiale nei rapporti con il gentil sesso quanto carente nell’espressione politica – si è spinto a enunciare un programma autenticamente rivoluzionario, i cui capisaldi sono costituiti dal progressivo abbandono del turismo costiero – l’uomo, evidentemente, ha contemplato il cimitero cui sono ridotte le nostre spiagge – in favore di quello montano, nonché dal ripudio del turismo estivo in favore di quello invernale. Anche la cosiddetta “cattiva stagione” ha le proprie specialità e “eccellenze”. Il Presidente postula dunque un progressivo abbandono dei centri urbani e un ritorno alle radici ancestrali. Egli stesso, peraltro, non ha mai reciso il cordone ombelicale che lo lega a Dolcedo, dove propiziò a suo tempo una visita dei pittori russi ospitati nel convento di Taggia. Noi fummo testimoni di questa storica decisione, avendo accompagnato in Camera di Commercio l’avvenente dottoressa Buzhurina. La quale, debitamente informata del penchant di Lupi per le donne – evidentemente, questo aspetto della personalità del Presidente non è sfuggito agli occhiuti Servizi Segreti del Cremlino – esibì in modo convincente le proprie grazie. Senza, a dire il vero, che si andasse oltre una piena accettazione delle sue richieste, consistenti nella celebrazione di una grande festa di commiato nel chiostro dei Domenicani, comprensiva di cibi e bevande cucinati dai valorosi giovani della Scuola Alberghiera di Arma. Ora però, l’azione volta ad associare tutti quanti – ritornando all’agricoltura – incrementano le produzioni tipiche del nostro hinterland per proporle ai turisti, significa dare per scontata – se non assecondarla – la tendenza a una fuga dalle città, causata dalla imminente crisi sociale. In prospettiva, si profila un altro fenomeno: se è vero che il recupero delle varie identità rimane per ora confinato nei fenomeni metapolitici, esso assumerà, in un futuro neanche tanto lontano, la forma di una cariocinesi dello Stato. Questo è il motivo per cui la strada intrapresa da Lupi e quella seguita dai suoi occasionali interlocutori sono destinate a divergere. Qualche rivendicazione – come quella riguardante il ripristino della viabilità interna, tanto veicolare quanto pedonale – potrà anche essere accolta; alla fine, però, le zone culturalmente omogenee si distaccheranno comunque dal centralismo, sia esso meloniano, leghista o “bassotto”. Noi attendiamo Lupi a questo appuntamento storico, che il Presidente – con la sagacia tipica di chi è avvezzo alla mercatura – ha saputo intravedere. Vano risulta dunque il tentativo di mediazione con Scajola, intrapreso, come al solito, dal volenteroso Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo. Il quale ci ricorda, più che Henry Kissinger, quei paceri di paese che finiscono per prendere delle legnate da entrambi i contendenti.

…l verso agli animali selvatici, riesce ancora a dire delle cose sensate. Nel corso della presentazione, ambientata – ça va sans dire – in un frantoio, dell’iniziativa denominata “Riviera dei Sapori”, l’uomo ha pronunciato per ben due volte la parola “identità”…

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Premesso che siamo profani della scienza medica, il testo da noi riprodotto, non destinato soltanto agli specialisti, afferma chiaramente come anche la cosiddetta "terapia monoclonale" risulti efficace - in base alla valutazione compiuta dalla competente autorità sanitaria - per combattere il "Covid 19". Se ne deduce che quanti sono stati sottoposti con esito positivo a questa terapia vengono considerati immuni dalla malattia. Citiamo testualmente al riguardo il documento emanato dall'ufficio registri di monitoraggio del ministero della sanità: "Si informano gli utenti dei registri farmaci sottoposti al monitoraggio che, a seguito della pubblicazione della determinazione Aifa numero 911 nella Gazzetta Ufficiale numero 187 del 6 agosto 2021, a partire dal 7 agosto 2021 è possibile utilizzare anche l'anticorpo monoclonale sotrovimab, per la seguente indicazione terapeutica: trattamento della malattia da coronavirus 2019 (Covid 19)".

…iamo testualmente al riguardo il documento emanato dall'ufficio registri di monitoraggio del ministero della sanità: "Si informano gli utenti dei registri farmaci sottoposti al monitoraggio che, a seguito della pubblicazione della determinazione Aifa numero 91…

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Nel suo articolo pubblicato ieri su La Stampa di Torino, Massimo Cacciari constata lucidamente – anticipando i risultati del “Vertice” di Anchorage – il modo in cui la guerra in Ucraina si avvia sostanzialmente a concludersi. Quanto ci attende, in sostanza, è il cosiddetto “decoupling” dell’Europa dalla Russia, o meglio dalla parte orientale del nostro continente. Se è vero che gli avvenimenti successivi alla caduta del Muro di Berlino hanno permesso di includere molti Paesi dell’Est tanto nell’Unione Europea quanto nell’Alleanza Atlantica, è altrettanto vero che non solo permane la contrapposizione tra la “Prima” e la “Terza Roma”, ma soprattutto si manifesta l’impossibilità di saldare in una nuova unità le due parti del continente. Ciò faceva parte tanto dei piani concepiti dai nostri grandi dirigenti del dopoguerra quanto, soprattutto, dei grandi Papi. In particolare Giovanni Paolo II, senza dimenticare che già Paolo VI – incontrando a Gerusalemme il Patriarca Atenagora – mostrava di ritenere imprescindibile la prospettiva della riconciliazione tra la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente. Laddove – annota Cacciari – il Concilio Vaticano II “poneva la complementarietà, oggi si erge una muraglia cinese”. Se è vero che il vertice tra Putin e Trump si è concluso con un accordo tanto solido quanto inconfessabile, in base al quale l’America riconosce in prospettiva alla Russia l’estensione della sua egemonia sull’intera Ucraina – mentre gli “esperti” si domandavano quanti territori sarebbero stati attribuiti alla sovranità de facto di Mosca – è altresì vero che l’innalzamento di una nuova “Cortina di Ferro” (o di una nuova Muraglia Cinese, come la definisce Cacciari) sul suo confine orientale mette l’Europa nell’impossibilità di divenire “una potenza economica globale, né dal punto di vista demografico, né per le risorse energetiche disponibili, né sotto il profilo economico, produttivo, tecnologico”. L’Europa occidentale si riduce dunque a costituire un avamposto isolato, o meglio contrapposto, simile alla fortezza del Deserto dei Tartari rispetto al suo entroterra euroasiatico. Con la prospettiva di rinchiudersi in una dimensione ristretta e asfittica. Di chi è la colpa di questa situazione? La “vulgata” più diffusa tra gli analisti la attribuisce a Putin, il quale indubbiamente ha voluto affermare le ragioni del suo Paese – deciso a riconquistare tanto la propria integrità territoriale quanto lo status di grande potenza – mediante una violazione del Diritto Internazionale. Solo Putin – si domanda Cacciari – è dunque l’Anticristo? “Piace crederlo? Bene, lasciamolo credere.” Il professore pone allora la questione delle responsabilità dell’Occidente, che non ha voluto fermare la propria espansione militare verso Est, suscitando nella Russia l’atavica paura delle invasioni: prima quella svedese, poi quella napoleonica e infine quella nazista. Quel che conta, però – a prescindere dall’attribuzione delle responsabilità – è che l’Europa ha perduto la sua grande occasione storica. Il nostro continente, “una volta caduto il socialismo reale, avrebbe finalmente potuto essere Occidente ed Eurasia insieme: speranza crollata”. Non oggi, quando Trump abbandona al suo destino l’Ucraina, senza riconoscere espressamente che questo è il risultato del vertice con Putin. Un esito tanto più inconfessabile in quanto contraccambiato con le concessioni sullo sfruttamento dell’Artico. Lenin disse che i “capitalisti” avrebbero venduto ai “bolscevichi” persino “la corda per impiccarli”. Putin, che si atteggia a fedele ortodosso, è in realtà – tra tutti i suoi successori – il più fedele all’insegnamento di Vladimiro Il’ič Ul’janov. Con una strana eterogenesi dei fini, la Russia si espande non già per respingere un’invasione, né semplicemente per estendere il territorio incluso nei propri confini militari, quanto piuttosto nel nome di un’ideologia. Che non è più, naturalmente, quella socialista, ma piuttosto il pensiero panslavista e panortodosso: il pensiero, cioè, che sostiene la sua identità nazionale. Proprio per questo, l’Europa occidentale non deve temere un’ulteriore espansione verso Ovest che – quand’anche risultasse possibile – finirebbe per contaminare, appunto, l’identità della Russia. Ciò nondimeno, l’erezione di un confine impenetrabile a Est ci rinchiude in una visione difensiva e ristretta della nostra identità cristiana occidentale. Cacciari aveva già indovinato – durante la Vacatio Sedis – l’esito del Conclave, intuendo il disegno di un Papato, o meglio di un Cattolicesimo, che l’ex sindaco definiva “carolingio”. Ora il professore ha intravisto con qualche ora di anticipo l’esito del vertice di Anchorage, che risultava prevedibile tenendo conto della situazione internazionale. Trump si preoccupa soltanto del tornaconto economico, che già lo ha spinto a rinnegare la “solidarietà occidentale”. L’Europa, naturalmente, protesta ad alta voce, ma si compiace per non dover aggiungere al danno derivante dai dazi la spesa necessaria per comprare in America le armi da destinare all’Ucraina. Ammesso che il tycoon sia ancora disposto a venderle. Per arricchirlo, basta la vendita delle materie prime energetiche, senza le quali andremo a piedi e passeremo l’inverno al freddo. Putin ha vinto su tutta la linea: avendo ritrovato lo status di grande potenza e accingendosi a restaurare l’unità del “Mondo Russo”, umiliando per giunta l’Europa occidentale, che non poteva avventurarsi in Ucraina con le proprie truppe senza l’apporto americano e soprattutto senza rischiare una guerra mondiale. Ora dovremo tuttavia continuare a fare a meno del nostro migliore fornitore di gas. Risulta evidente la contraddizione tra i nostri proclami altisonanti, in difesa del Diritto Internazionale e della causa della libertà dei popoli, e la convenienza di mantenere un relativo benessere, comunque declinante e soprattutto non supportato da una nostra forza militare, politica ed economica. L’Europa occidentale assomiglia sempre più al Basso Impero Romano.

… VI – incontrando a Gerusalemme il Patriarca Atenagora – mostrava di ritenere imprescindibile la prospettiva della riconciliazione tra la Chiesa d’Occidente e la Chiesa d’Oriente. Laddove – annota Cacciari – il Concilio Vaticano II “poneva la complementarietà,…

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La scelta dei papi da parte della Chiesa cattolica – come anche, secondo alcuni, l’individuazione del momento in cui si rende matura e necessaria la successione sul soglio di Pietro – rivela sovente una capacità di prevedere il futuro. Da ciò deriva tanto un aggiornamento dei criteri con cui viene governata la “barca di Pietro”, quanto la tendenza ad assecondare certi mutamenti nell’assetto internazionale. Quando venne eletto Giovanni Paolo II, nessuno – salvo chi aveva una conoscenza diretta e approfondita della realtà dell’Europa orientale – poteva immaginare il crollo del sistema comunista. Che, in effetti, rimase apparentemente immutato ancora per un decennio, nel corso del quale non mancò chi giunse a prendersi gioco del Pontefice. Il quale, secondo costoro, si era rivelato non soltanto un illuso, ma anche un ingannatore, avendo coinvolto molte altre persone nella propria convinzione. Poi venne il crollo del Muro di Berlino. In altri casi, l’elezione del papa avviene quando la crisi è ormai imminente. Come abbiamo ricordato molte volte, fu così nel 1914 e poi nel 1939. Ci è venuto spontaneo, nel maggio scorso, associare a queste date l’avvento di Leone XIV, il quale ha assunto in effetti la guida della Chiesa poco prima che scoppiasse un’altra guerra in Medio Oriente, rendendo sempre più evidente che l’Occidente deve affrontare la tendenza espansiva propria dell’Islam. Non certo per bandire una nuova crociata, come fece Urbano II a Clermont nel 1095, ma rafforzando l’identità cristiana. Nessuno prevedeva però l’imminente dissoluzione dell’Occidente quale entità politica. Cioè quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo mese di luglio, quasi senza dare a Leone XIV il tempo necessario per familiarizzarsi con il suo nuovo incarico. Aveva visto giusto Massimo Cacciari quando intravedeva la tendenza – che l’ex sindaco attribuiva al settore anglosassone della Chiesa, e cioè alla sua componente nordamericana – a perseguire un progetto che egli definiva “carolingio”. Cioè a compattare una sorta di nucleo forte del cristianesimo, incentrato su quelle terre – e su quei popoli – che avevano costituito per l’appunto il Sacro Romano Impero. Questa entità ebbe precisamente in Carlo Magno il suo fondatore, ma non avrebbe potuto definirsi né come “sacro”, né tanto meno come “romano”, senza la solenne incoronazione del suo sovrano, che avvenne in San Pietro la notte di Natale dell’anno 800. Chi aveva concepito il disegno storico di cui questo atto costituì la manifestazione visibile dai popoli cristiani del nostro continente? Carlo Magno fu certamente un grande della storia, ma le sue ambizioni si sarebbero concretizzate soltanto nella costituzione di un regno, sia pure esteso su entrambe le rive del Reno, se non fosse stato per l’appunto beneficiato dal gesto del papa. Lasciamo agli storici la risposta alla domanda su quale tra le due autorità – quella spirituale e quella temporale – abbia deciso di promuovere questa alleanza e questa unione. Se consideriamo l’attualità, vediamo come il papa sia rimasto – a causa del conflitto irreversibile scoppiato tra le due parti dell’Occidente – l’unica autorità la cui estensione comprende ambedue gli ambiti territoriali che lo compongono: quello europeo e quello nordamericano. Il fatto che il Pontefice provenga dagli Stati Uniti riveste un significato ulteriore: la Chiesa non vuole che la deriva presa dalla sponda occidentale dell’Atlantico possa giungere a rescindere il legame spirituale con la sua sponda orientale. Trump può litigare con l’Unione Europea fino al punto di causarne l’irrilevanza, ma non potrà mai opporsi al connazionale installato in Vaticano. Non soltanto per motivi connessi con gli equilibri politici interni agli Stati Uniti, ma soprattutto perché non può negare l’appartenenza del suo Paese all’ambito giudaico-cristiano. Il presidente non ha infatti mai messo in discussione l’appoggio a Israele, che costituisce – insieme con il Vaticano – l’altro punto di riferimento spirituale dell’America. Gerusalemme e Roma rimangono le capitali la cui autorità – nell’ambito religioso – continua a essere riconosciuta. Se l’America può muovere guerra contro l’Europa, contando sulla propria autosufficienza energetica e alimentare, nel nostro continente si apre un vuoto di potere dalle conseguenze imprevedibili. L’Europa non può naturalmente gettarsi nelle braccia dell’Islam, della Russia o della Cina, in quanto perderebbe la propria stessa identità. Essa peraltro non dispone né delle risorse materiali, né degli strumenti politici che le permettano di difendersi. Le manca però soprattutto la volontà necessaria. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli abitanti del nostro continente presero semplicemente atto – sia pure con soddisfazione – della volontà dell’America di farsi carico di questa necessità. Ora essi si trovano nella condizione di chi è rimasto improvvisamente orfano, o è stato abbandonato. Nel qual caso sopravvive soltanto chi ha già sviluppato una volontà propria, che a sua volta può esistere quando si è coscienti della propria identità. Quanti l’hanno definita in termini di dipendenza dall’America – i cosiddetti “oltranzisti atlantici” – sono improvvisamente ammutoliti. Tacciono, a maggior ragione, quanti devono la loro carriera agli americani, come è la signora Meloni, la quale si limita a dire che bisogna trattare sui dazi. Che cosa facciamo, però, se non riusciamo a convincere Trump ad abbassarli? Tra chi ha scelto di essere la “quinta colonna” dei nemici dell’Occidente, e dunque vede nella sua divisione l’occasione propizia per attendere l’arrivo dei musulmani, dei russi o dei cinesi, e chi viceversa crede soltanto nella dipendenza dallo Zio Sam, manca una terza opzione, che diviene oggi l’unica praticabile, ed è quella rappresentata dagli autentici patrioti europei, che non immaginano il continente come un’entità ostile agli altri grandi soggetti della politica internazionale, ma potrebbero cogliere l’occasione per rivendicarne l’indipendenza. È già successo altrove che i dominatori lasciassero all’improvviso un Paese fino a quel momento sottoposto a loro, e dunque in sostanza governato dall’esterno. A questo punto, i sudditi hanno dovuto provvedere a sé stessi. Certamente, la fase che si è aperta con i famosi “dazi al trenta per cento” sarà caratterizzata dalla confusione politica e dalle tentazioni autoritarie derivanti da una situazione sociale disastrosa, che tuttavia ci fornisce l’occasione per governarci come vogliamo, e soprattutto per riscoprire e affermare la nostra identità. Nei giorni scorsi, l’arcivescovo di Monaco di Baviera – che è un monaco benedettino – ha ricordato l’attualità della “Regola”, redatta dal fondatore nel V secolo, nel momento, cioè, in cui cadeva l’Impero romano ed iniziava il Medioevo. Questo documento si presta a molte e diverse chiavi di lettura. Se però lo consideriamo come una sorta di atto costitutivo dell’Europa, lo si deve al fatto che esso fornisce un metodo per governare la povertà, traendone certamente spunto per l’arricchimento spirituale, come anche per la solidarietà nella ripartizione delle risorse, che costituì allora, e può costituire oggi, il fondamento per una ricostruzione su nuove basi della società. Il papa rimane oggi l’unica autorità riconosciuta da tutto l’Occidente, ma soprattutto in grado di ispirare la costruzione dell’Europa unita. I burocrati di Bruxelles hanno fallito in questo compito, in quanto non si sono mai curati di definire l’identità del continente, credendo viceversa di poter costruire la sua unità contando soltanto sulla crescita economica. Costoro si trovano oggi completamente spiazzati, perché anche questo presunto fondamento è venuto a mancare. Non esiste però un soggetto politico in grado di corrispondere, nella sfera temporale, al disegno delineato e alla funzione assunta dal papa, che attende invano l’arrivo di un nuovo Carlo Magno, calato su Roma per ricevere l’incoronazione. Pio XII rimase l’unica autorità effettiva sopravvissuta nell’Italia del 1943. Pacelli non ne approfittò per ricostituire il potere temporale, limitandosi a influenzare fortemente gli indirizzi dello Stato nel dopoguerra. Oggi il papa si trova in una situazione analoga rispetto all’Europa. Il nostro continente non uscirà dalla sua crisi restaurando il Sacro Romano Impero, cioè attraverso la consacrazione dell’autorità civile. Occorre però sacralizzare la responsabilità che l’esercizio di questa autorità inevitabilmente comporta. Non si deve costituire né una teocrazia, né uno Stato confessionale, ma è inevitabile che la fede torni a ispirare l’esercizio del potere.

La scelta dei papi da parte della Chiesa cattolica – come anche, secondo alcuni, l’individuazione del momento in cui si rende matura e necessaria la successione sul soglio di Pietro – rivela sovente una capacità di prevedere il futuro. Da ciò deriva tanto un a…

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La Russa si è recato a Gerusalemme, e i Democratici non hanno perduto questa occasione per sollevare la questione dei precedenti antisemiti propri della parte politica cui egli – insieme con la Meloni – appartiene.

…uto questa occasione per sollevare la questione dei precedenti antisemiti propri della parte politica cui egli – insieme con la Meloni – appartiene. I dirigenti israeliani compiono invece le loro scelte di politica internazionale in base alla realpolitik, e du…

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Quanto più indigna, nella squallida vicenda dell'ufficiale fellone colto mentre vendeva agli spioni russi i segreti della difesa italiana e delle alleanze, è in primo luogo l'esaltazione del traditore da parte di sua moglie, la quale - anzichè vergognarsi e chiedere scusa a nome del marito - si esibisce in una indecorosa apologia di reato.

… vicenda dell'ufficiale fellone colto mentre vendeva agli spioni russi i segreti della difesa italiana e delle alleanze, è in primo luogo l'esaltazione del traditore da parte di sua moglie, la quale - anzichè vergognarsi e chiedere scusa a nome del marito - si…

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Pertinenza 69
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Nel nostro precedente articolo, abbiamo preso in esame le possibili implicazioni della proposta, avanzata dal Senatore La Russa, di ripristinare il servizio militare, benché – per ora – soltanto su base volontaria.

Nel nostro precedente articolo, abbiamo preso in esame le possibili implicazioni della proposta, avanzata dal Senatore La Russa, di ripristinare il servizio militare, benché – per ora – soltanto su base volontaria. Il Fratello della Meloni non ha però escluso …

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Le città capitali godono spesso di uno “status” giuridico particolare, giustificato in alcuni casi con la necessità di garantire l’imparzialità dell’Amministrazione pubblica centrale e, in altri, con la preoccupazione – da parte del Governo – di temperare gli effetti causati da tensioni politiche e sociali. A ben vedere, le finalità perseguite con l’introduzione di queste norme eccezionali sono fondamentalmente le stesse in entrambi i casi. Mentre le federazioni percepiscono la necessità di far svolgere pacatamente il confronto tra i vari soggetti che le compongono in un luogo a ciò destinato, gli Stati unitari – avendo per loro natura un indirizzo centralistico – tendono a rafforzare il proprio controllo su quel punto del territorio nazionale in cui hanno sede le loro istituzioni. Fino a pochi decenni fa, Parigi non aveva un sindaco. Le funzioni amministrative riguardanti il “Dipartimento della Senna”, il cui territorio coincide con quello della capitale – anche se la conurbazione della “Grande Parigi” si è in seguito estesa fino a comprendere tutti i dipartimenti limitrofi – erano svolte dalla “Prefettura della Città” e dalla “Prefettura di Polizia”. L’anomalia, in base alla quale i parigini non eleggevano il proprio sindaco – lesiva, in linea di principio, del principio di uguaglianza – veniva in parte compensata dal carattere elettivo dei sindaci dei vari circondari (in francese, arrondissements) in cui la città era suddivisa. Questi presentano – a prescindere dal loro “status” amministrativo – caratteristiche molto spiccate, comparabili con quelle delle varie regioni. Tra il Sedicesimo Circondario, abitato dall’alta borghesia, e Ménilmontant, zona tipicamente proletaria, tra Batignolles e il Quartiere Latino, c’era la stessa differenza che esiste tra Belluno e Palermo, o tra Cuneo e Macerata. Quando due parigini si incontrano altrove, si domandano infatti di quale quartiere siano originari. Ora Parigi ha un sindaco, le cui competenze sono state in parte sottratte a quelle dei due prefetti. Questi comunque esistono ancora ed esercitano le funzioni loro attribuite in tutta la Francia. Anche le amministrazioni dei circondari sono sopravvissute alla riforma, per cui ciascun abitante ha due sindaci, uno dei quali sopravvive come una sorta di presidente del consiglio di zona. Gli abitanti di Washington, cioè del Distretto Federale, posto tra il Maryland e la Virginia, fino a qualche anno fa non votavano per il presidente né mandavano propri rappresentanti al Congresso. La stessa amministrazione della città era esercitata dal Governo federale. Permane, di tale condizione, l’assenza del governatore e di un proprio parlamento, di cui è dotato ciascuno degli Stati dell’Unione. Ora il Governo propone alle Camere un emendamento della Costituzione che istituisce un nuovo ente pubblico territoriale. La Repubblica, in base alla Costituzione, si riparte in regioni (alcune delle quali a statuto speciale, altre a statuto ordinario), province e comuni. In realtà, anche alle province di Bolzano e di Trento è attribuito uno “status” giuridico diverso dalle altre, in quanto possono emanare leggi, dette appunto “provinciali”. Il nuovo ente locale sarà “Roma Capitale”. Tale pomposa definizione – retaggio dell’antica grandezza, alla pari dello stemma con la lupa, Romolo e Remo, coronato dal motto S.P.Q.R. (Senatus Populusque Romanus), un tempo posto sulle fiancate degli autobus – era stata escogitata dal sindaco Alemanno. Poco dopo, per una sorta di contrappasso, era scoppiato lo scandalo detto di “Roma Criminale”. Già Mussolini aveva giocato con le parole per appagare il senso di grandezza proprio dei Quiriti: se le altre città avevano un podestà, Roma era governata da un “senatore”. Il Consiglio comunale si riunisce tuttora nella Sala “Giulio Cesare”, in cui campeggia la statua del fondatore dell’Impero, adornata dalle bandiere dei rioni storici. Il Campidoglio è, peraltro, il colle dei Romani, mentre tradizionalmente il Quirinale appartiene allo Stato e il Vaticano alla Chiesa. Sul piano pratico, il sindaco di Roma è un privilegiato tra gli oltre ottomila colleghi sparsi dall’Alpe al Lilibeo. Costui, infatti, ripiana il deficit di bilancio con le “leggi speciali”, cioè con particolari elargizioni attribuite in origine all’Urbe per fronteggiare le spese di rappresentanza, dovute a loro volta alla presenza delle massime istituzioni. In realtà, sul Campidoglio è invalso l’uso di praticare la “allegra finanza”, contando sul soccorso del Ministero di via Venti Settembre. Ora la Meloni ricorre a un emendamento costituzionale per costituire l’ente locale chiamato, per l’appunto, “Roma Capitale”, non solo e non tanto perché la legge suprema non lo prevedeva, quanto anche perché le sue competenze sono equiparabili a quelle attribuite alle regioni a statuto speciale. Queste vengono emanate dallo Stato in quanto le loro attribuzioni legislative e amministrative risultano più ampie di quelle proprie delle regioni a statuto ordinario. Ciò è dovuto, però, in almeno due casi – la Valle d’Aosta e il Trentino-Alto Adige/Südtirol – a un altro motivo: la concessione di una particolare autonomia riflette gli impegni assunti dall’Italia in base ad atti di diritto internazionale (per la Valle d’Aosta il trattato di pace con la Francia, e per il Trentino-Alto Adige/Südtirol il Patto De Gasperi-Gruber e il successivo cosiddetto “Pacchetto”). Roma, però, è posta nel centro dell’Italia. Per capire la ratio della nuova norma, occorre riferirsi a un aneddoto e a un precedente. Il presidente Ciampi offriva i pranzi di gala riservati ai capi di Stato ospiti nel cosiddetto “Torrino” del Quirinale, su cui sventola la bandiera italiana quando il presidente è in sede. Al levar delle mense, Ciampi portava gli ospiti al balcone, da cui si gode il miglior panorama di Roma. Indicando la cupola di San Pietro, diceva loro che da nessuna delle rispettive sedi di rappresentanza si vedeva la capitale di uno Stato estero. Tale circostanza rendeva molto difficile il suo compito. La controparte, peraltro, non sempre si prestava ad alleviarlo. Anni or sono, monsignor Gaenswein, all’epoca segretario di Benedetto XVI, pubblicò con molta evidenza un articolo su Avvenire, nel quale – esprimendosi formalmente a titolo personale (l’alto prelato è un illustre studioso di diritto e, in quel tempo, teneva cattedra alla Urbaniana) – proponeva l’istituzione di una sovranità condivisa su Roma tra Santa Sede e Repubblica Italiana, elencando le materie che, a suo avviso, si potevano attribuire anche alla competenza del Papa. Noi rispondemmo – inviandogli il nostro testo, che tuttavia non venne riscontrato – osservando come la realizzazione di quanto da lui auspicato comportasse una riforma costituzionale. Quella proposta dalla Meloni non contiene traccia dell’istituzione di una sovranità condivisa con la Santa Sede. Neanche lo statuto del Trentino-Alto Adige/Südtirol fa cenno a una sovranità condivisa con l’Austria: quella dell’Italia non viene dunque formalmente intaccata. Quid juris, però, se nel regolare, per esempio, i beni culturali – cioè i luoghi santi non assegnati già alla Santa Sede dai Patti Lateranensi – si dovrà tener conto di quanto pattuito con il Vaticano? La domanda è lecita, non già in quanto si ravvisi da parte ecclesiastica una particolare tendenza all’ingerenza negli affari italiani – e più specificamente romani – quanto perché la Meloni, più ancora del Papa, ha tutto l’interesse a riservarsi un ambito territoriale munito di uno “status” particolare, in vista delle tensioni che possono manifestarsi tra le varie parti del Paese. Appoggiarsi al Pontefice e soddisfare l’ambizione del Vaticano a restaurare, per quanto possibile, lo status quo ante il 20 settembre configura una mossa tanto astuta quanto spregiudicata. Il “Bassotto”, da parte sua, disegna una particolare condizione di sostanziale extraterritorialità per Oneglia, connessa con la sua vocazione al turismo internazionale di lusso. Gli sceicchi, sbarcando dai loro panfili transoceanici, verranno così protetti da ogni possibile fastidio, tanto derivante dai traffici portuali inquinanti quanto dall’esercizio dell’autorità dello Stato centrale. Più che ad Acapulco, l’uomo sembra ispirarsi al Principato di Monaco, che infatti manda i “cabinati” dei “morti di fame” ad attraccare a Ventimiglia. Il Principe di Monaco è l’ultimo sovrano assoluto in Europa, e il “Bassotto” non fa mistero di volerlo imitare. Di questo passo, la cariocinesi dello Stato può finire per assecondare le sue ambizioni. Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo attende già gli emiri nel suo locale, che dovrà però essere attrezzato per preparare i suoi piatti secondo le regole dell’Islam. Nelle rare circostanze in cui abbiamo soggiornato in grandi hotel, abbiamo notato la scritta: “In questo albergo si serve cibo kosher, certificato dal rabbino del luogo”. Il nostro amico Osvaldo scriverà a sua volta: “In questo ristorante si serve cibo halal, controllato dall’imam Mohammed Bensa”.

… all’Urbe per fronteggiare le spese di rappresentanza, dovute a loro volta alla presenza delle massime istituzioni. In realtà, sul Campidoglio è invalso l’uso di praticare la “allegra finanza”, contando sul soccorso del Ministero di via Venti Settembre. Ora la…

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Nel 1922, pochi mesi prima della “Marcia su Roma”, Mussolini e Balbo pranzarono insieme presso l’elegante ristorante “Cinzano” di Milano. Il “Ras” dell’Emilia, avendo espugnato uno ad uno tutti i comuni capoluogo della Valle Padana, intendeva scatenare l’offensiva finale per la conquista della capitale. Mussolini lo frenò, in quanto mancava ancora la seconda città più importante d’Italia, cioè la stessa Milano. Presa la “Capitale Morale”, nulla e nessuno avrebbe più potuto interporsi sulla strada dei fascisti. Poco dopo, gli squadristi scatenarono l’assalto a Palazzo Marino. Con dei risvolti tragicomici: il sindaco socialista Angelo Filippetti, prevedendo quanto sarebbe accaduto, aveva fatto barricare il portone del municipio. Non potendolo sfondare, i fascisti si servirono della scala mobile dei pompieri e penetrarono nell’edificio attraverso una finestra del “piano nobile”. Ora la storia si ripete, sia pure rovesciando l’ordine temporale degli eventi: il governo Meloni, ormai consolidato a Roma, parte alla conquista di Milano. Quando un suo esponente – scelto probabilmente da La Russa – si insedierà sullo scranno di sindaco, il nuovo potere potrà dirsi consolidato. Con questo, non intendiamo assolutamente insinuare che la procura ambrosiana abbia agito in nome e per conto della presidente del Consiglio. L’aspetto più grave della vicenda attuale consiste infatti precisamente nel fatto che la sinistra ha segnato un’autorete. Milano è sempre il laboratorio della politica nazionale. All’inizio degli anni Sessanta, il Partito Liberale annunciò la propria uscita dal governo se si fosse costituita una giunta di centrosinistra nel capoluogo della Lombardia. Quando ciò avvenne, gli eventi che avrebbero portato all’instaurazione del primo esecutivo nazionale appoggiato dai socialisti conobbero un’accelerazione. La Democrazia Cristiana decise in questo senso nel congresso di Napoli e subito dopo i ministri socialdemocratici e repubblicani si dimisero, annunciando che non avrebbero ripreso i loro posti se la maggioranza non fosse stata allargata ai seguaci di Nenni. Craxi iniziò la sua personale “Marcia su Roma” – confermando il detto di Marx secondo cui la storia si ripete, succedendo però alla tragedia la farsa – conquistando la Federazione Socialista di Milano. Una curiosa nemesi storica volle che le sue ruberie venissero scoperte iniziando proprio dal Pio Albergo Trivulzio. “Tangentopoli” segnò la fine del sistema di potere sorto nel momento stesso in cui il fascismo era caduto. Ora il nuovo regime si consolida definitivamente con la conquista di Milano, che qualche giorno fa era stata preannunciata dal figlio di Berlusconi, evidentemente informato di quanto stava bollendo in pentola. L’opposizione ha fallito non solo e non tanto essendosi lasciata corrompere, quanto piuttosto perché il suo maggiore partito ha dimostrato di non essere democratico, smentendo così la sua stessa denominazione. Per quanto riguarda gli aspetti penali della vicenda, è da notare come sia ritornata prepotentemente sulla ribalta politica una figura in auge negli ultimi anni della Prima Repubblica: quella del “brasseur d’affaires”. Che nella maggior parte dei casi risulta essere un ciarlatano e un millantatore. I craxiani inondarono a suo tempo l’Italia di personaggi che sarebbero stati curiosi e originali se non si fosse trattato di delinquenti. Costoro giravano la provincia vantando di essere reduci da una cena con il re dell’Arabia Saudita e di avere in calendario un imminente abboccamento con il presidente degli Stati Uniti. In genere proponevano l’acquisto di petrolio, anche ai poveretti che tutt’al più lo usavano per ricaricare l’accendino. Alla fine si accontentavano di qualche modesto affare, al livello degli “imbonitori di piazza” che si esibiscono nelle fiere. Un cognato (peraltro risultato autentico) di Craxi riuscì a rifilare al nostro amico Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo un servizio di piatti di portata che, essendo tutti storti, non si potevano neanche impilare. Manfredi Catella non era invece un millantatore, dal momento che rappresentava effettivamente gli sceicchi del Qatar. Quanto agli uomini della giunta – sindaco, assessori e funzionari – non gli fu difficile comprarli, dal momento che non mancavano certamente i soldi per “ungere le ruote”. L’uomo era cresciuto sulle ginocchia di Ligresti, di cui suo padre fu stretto collaboratore. Tanto sarebbe bastato per mettere in guardia Sala, la cui faciloneria – dimostrata in occasione dell’Expo – è pari soltanto alla sua estraneità rispetto alla sinistra, che lo ha incoronato grazie alla sua fama di “manager” internazionale. Pur trattandosi di un piccolo industriale della Brianza, munito della classica “fabbrichetta”. Peccato sia morto Gino Bramieri, che lo avrebbe caratterizzato molto bene, il soggetto essendo simile al “Carugatti”, macchietta del “Cummenda” lombardo immortalata dal comico milanese. Poiché comunque vale sempre il principio di presunzione di innocenza, limitiamo la nostra analisi al significato politico della vicenda. Quando anche tutti gli imputati fossero assolti con formula piena, ci domandiamo in primo luogo se un’idea dello sviluppo urbanistico di Milano basata sulla trasformazione della città in un’unica grande zona residenziale destinata ai ceti più abbienti possa corrispondere con l’ispirazione e con il programma di una forza politica che si ispira a Filippo Turati. In secondo luogo, vorremmo sapere se questa scelta, compiuta dalla giunta comunale, sia mai stata discussa in una qualsiasi istanza rappresentativa interna del partito. Essa ha peraltro coinvolto perfino l’estrema (!?) sinistra. Trattandosi della capitale economica e “morale” (?) dell’Italia, avrebbe dovuto dire la sua anche la dirigenza nazionale del partito, che ora non invita Sala a dimettersi, ma neanche lo presenta come un innocente perseguitato, accumulando gli svantaggi derivanti da ciascuna di queste due opzioni. La Schlein dimostra tutta la sua inadeguatezza: si tratta di un’esibizionista, capace solo di partecipare ai cortei (preferibilmente degli omosessuali) e di gridare slogan nei comizi. La realtà è che al Nazareno non si sa assolutamente nulla di quanto avviene nelle “cento città” d’Italia. Anni or sono, venimmo accolti al cospetto del responsabile del “Territorio”, il quale esordì domandandoci in quale regione si trovasse Imperia. Nel tempo in cui vigeva il “centralismo democratico”, mutuato dai bolscevichi, era bastato garantirsi l’appoggio del segretario della federazione perché la consorteria della selvaggina non solo fosse lasciata libera di fare ciò che le conveniva, ma anche perché fagocitasse l’intero partito. Ora che vige teoricamente la più ampia democrazia interna, succede addirittura di peggio, Milano essendo anch’essa dominata da un “partito trasversale”. Quanto accaduto a Genova, dove Burlando negoziava a nome dei Democratici con Toti e Signorini sul panfilo di Spinelli, si è ripetuto nel capoluogo della Lombardia, dove Manfredi Catella rappresentava il partito presso gli sceicchi senza neanche essere iscritto. Il risultato è, in entrambi i casi, il consolidamento del potere della destra. Se lo sviluppo della città è deciso tenendo unicamente conto degli interessi degli speculatori stranieri – il “Bosco Verticale” del grande Boeri rimane comunque di loro proprietà – tanto vale che l’amministrazione venga esercitata direttamente da questo settore sociale. Quanto ai lavoratori, non ne abbiamo mai visto uno avvicinarsi al Nazareno, nei cui pressi passeggiavamo ogni sera durante la nostra “ora d’aria”, trovandoci a Roma. In cambio, vedevamo sempre un via vai di elegantissime prostitute di alto bordo, di cui si diceva fossero le amanti dei dirigenti, regolarmente piazzate nei posti di sottogoverno. Se dovesse venire la rivoluzione, non farebbe nessuna differenza tra la maggioranza e l’opposizione.

Nel 1922, pochi mesi prima della “Marcia su Roma”, Mussolini e Balbo pranzarono insieme presso l’elegante ristorante “Cinzano” di Milano. Il “Ras” dell’Emilia, avendo espugnato uno ad uno tutti i comuni capoluogo della Valle Padana, intendeva scatenare l’offen…

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Se si domanda ai Georgiani per quale motivo essi onorino la memoria di Stalin, malgrado costui avesse tradito la causa della loro Indipendenza, rispondono così: “I Russi l’hanno messo in culo ai Georgiani, ma Stalin l’ha messo in culo ai Russi”.

…otivo essi onorino la memoria di Stalin, malgrado costui avesse tradito la causa della loro Indipendenza, rispondono così: “I Russi l’hanno messo in culo ai Georgiani, ma Stalin l’ha messo in culo ai Russi”. Ora il “Bassotto” – approfittando dell’impopolarità …

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Nel dibattito sull’autodeterminazione dell’Ucraina si è fatta molta confusione tra il Diritto ed altre scienze, quali sono la Storiografia e la Linguistica.

…Uniti d’America sarebbero ancora una colonia dell’Inghilterra, l’America Latina una colonia della Spagna ed il Brasile una colonia del Portogallo. La Svizzera, dal canto suo, non esisterebbe nemmeno. Occorre dunque in primo luogo rilevare che la condivisione d…

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Mario Draghi conosce molto bene la cultura anglosassone, e dunque è ben conscio dell'importanza e del significato del discorso in cui Winston Churchill, all'inizio della guerra, promise ai suoi connazionali "lacrime, sangue e sudore". Il Presidente del Consiglio si è dunque certamente domandato per quale ragione gli inglesi seguirono disciplinatamente il loro primo ministro. La risposta a questa domanda è ovvia: tutti avevano coscienza della missione affidata in quel momento al loro Paese, che consisteva nel farsi carico della causa della democrazia e della libertà dei popoli. Churchill non ebbe dunque bisogno di fare riferimento a quale sarebbe stata la Gran Bretagna, ed a quale sarebbe stata l'Europa dopo la guerra. I popoli guardavano infatti all'Inghilterra sperando nella liberazione.

…oro primo ministro. La risposta a questa domanda è ovvia: tutti avevano coscienza della missione affidata in quel momento al loro Paese, che consisteva nel farsi carico della causa della democrazia e della libertà dei popoli. Churchill non ebbe dunque bisogno …

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Il comitato parlamentare di vigilanza sui servizi (COPASIR) ha convocato per una audizione nella sua sede di San Macuto tanto il ministro della sanità Speranza quanto i responsabili della nostra “intelligence”.

…articoli precedenti. Nello scorso mese di gennaio, un documento elaborato nell’ambito del ministero della sanità avvertì della imminenza dell’epidemia e delle sue conseguenze devastanti. Essendo stato secretato tale testo, si giunse al 23 febbraio, data in cui…

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Comunicato stampa Associazione Liguria Russia Sanremo Nice Côte d'Azur

…guente rispetto e considerazione reciproca, tra i patrocinatori della manifestazione vi è il Ministero della Scienza e dell'Educazione Russo e la, già' su menzionata, V.I. Vernadsky University I due accademici ing. Chersola Giovanni ed il perito tecnico Omodeo…

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Due fatti dominano l’attualità internazionale delle ultime ore ...

…Bari, tradizionale porta dell’Italia aperta verso l’Oriente; l’altro è la proposta della Signora Le Pen, che vorrebbe chiudere il confine tra la Francia ed il nostro Paese. Il Capoluogo della Puglia ospita fin dal Medio Evo le soglie di San Nicola di Mira: il …

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